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UNO SGUARDO AL PASSATO:

IL MINISTERO EPISCOPALE DI MONS. FRANCESCO TORTORA DEI MINIMI  NELLA DIOCESI DI LOCRI- GERACE.

 

D’altra  parte,  la difficile condizione  in  cui versava  la diocesi  all’inizio dei cosiddetti anni settanta, cioè alla conclusione dell’episcopato di mons.

Arduino,  è  descritta  senza  indulgenze  di  alcun  tipo,  nella prima  lettera  pastorale  di  mons.  Francesco  Tortora,

dell’Ordine dei Minimi, terzo religioso - come già ricordato - consecutivamente chiamato a reggere la cattedra locrese.

Il  nuovo  presule,  dopo  avere  percorso  a  lungo  la  diocesi per  farsi  un  quadro  preciso  di  uomini  e  cose,  da  valutare

«secondo  il  criterio  del  bene  delle  anime»,  e  per  rendersi conto «delle situazioni particolari in cui si vengono a trovare le coscienze in questa fase difficile di mutamento sociale dei nostri  giorni», insiste  sull’urgenza  dell’impegno

comunitario  di  tutto  il  popolo  di  Dio  per  il  bene  della Locride, lo stato della quale sintetizza nei seguenti punti:

Guardandoci  intorno  non  è  difficile  fare  alcune constatazioni  molto  valide  sulla  geografia  spirituale  delle nostre zone.

Non vogliamo  esaminare qui  l’aspetto positivo della  fede del nostro popolo con le doti di bontà e di religiosità che esso

presenta,  in  lieta  e  devota  adesione  alla  S.  Chiesa. 

Ed  è motivo di soddisfazione la presenza cospicua di fedeli i quali si  impegnano  e  collaborano  per  la  realizzazione  del  fine apostolico del corpo mistico di Cristo.

Ai  fini  della  programmazione  di  un  urgente  lavoro pastorale  nella  Chiesa  locale,  intendiamo  evidenziare parecchie  situazioni  che  ci  lasciano  perplessi,  riguardo  al modo con cui è vissuta la fede, e che ci invitano fortemente alla revisione e conversione.

Si riscontra infatti una vita cristiana ispirata:

a)  ad  una  fede  scialba  e  più  che  altro  tradizionale  per eredità;

b) a diversi “credo” terreni che esaltano le forze psichicofisiche dell’uomo,  fino  a  dargli  un  orientamento  fatalmente lusinghiero  circa  le  sue  possibilità  di  superesaltazione  e  di sviluppo incontrollato;

c) ad una informazione piuttosto caotica e occasionale sui grossi  problemi  che  travagliano  la  teologia  postconciliare,

facendo  sì  che  le  questioni  controverse  diventino  facile tematica  affidata  alla poco  rassicurante competenza di  certa stampa,  o  di  altri  mezzi  di  comunicazione  sociale,  che

 

concorrono  a  dare  un  ben  poco  contributo  alla  causa  della verità;

d) ad una indifferenza religiosa che fa paura e che inquieta il nostro spirito;

e)  alla  pratica  di  un  moralismo  legalista  sulle  questioni accidentali che non intaccano l’essenza cristiana, mentre poi si  perde  il  senso  dei  problemi  di  fondo  che  vengono  risolti alla luce di “altri vangeli” o di “altri annunci” che non sono la verità di Cristo;

f)ad  una  risorgente  tendenza  di  critica,    a  volte compiacente  e  a  volte  irriguardosa,  verso  le  istituzioni

ecclesiastiche con la facile figura di un sano aggiornamento, ma  col  duro  risultano  di  un’insidia  velenosa  contro  l’unità della fede del popolo di Dio;

g) ad  istanze  sociali che  tendono ad acuire  la  lotta  tra gli uomini, e a rendere sempre più profondi i solchi fra gli spiriti in  nome  del  “bisogno  del  pane”,  quasi  fosse  l’unica aspirazione, la cui soddisfazione costituisce la piena felicità;

h)  alla  carenza  di  un  impegno  personale  che  dica “cristianesimo  vissuto”  nella  vita  individuale,  familiare, professionale, comunitaria e sociale;

i)  ad  una  evangelizzazione  ancora  occasionale  e frammentaria, che si ispira più a motivazioni emozionali che non  ad  un  impegno  sacro  e  solenne,  come  legittima conseguenza del carattere battesimale;

l)  a  forme  tacitamente  o  apertamente  oppressive  della dignità,  della  libertà  e  del  patrimonio  altrui,  da  parte  di singoli o di gruppi associati, pur ostentando rispetto verso la religione.

 

L’impatto  di mons. Tortora  con  la  realtà  della  sua  nuova diocesi  era  stato  dei  più  difficili  e  drammatici. Arrivandovi (7  gennaio  1973),  l’aveva  trovata  in  gran  parte  (vallate  del

Torbido  e  del  Buonamico)  sconvolta  dall’alluvione scatenatasi alla fine dell’anno precedente e si era impegnato

in una defatigante serie di visite e di opere di assistenza alle località ed alle popolazioni più colpite. Intanto, però, una ben più  grave  condizione  di  malessere  serpeggiava  nel  corpo della nostra Chiesa, provocando inquietudini, ma anche non immotivate  speranze  di  scuotimento  dalla  normalità  della vita di ogni giorno.

La  notizia  amplificata  e  sapientemente  manipolata  dal Corriere  della  Sera  del  presunto  sostegno  della  Curia,  e

particolarmente  del  Vescovo,  al  progetto  del  sacerdote Giovanni  Stilo  di  ottenere  l’apertura  nel  piccolo  centro  di Africo  Nuovo    di  una  sezione  staccata  dell’Università Cattolica  di Milano  o  “Maria  Assunta”  di  Roma,  provocò una  Lettera  aperta  al  Direttore  del  Corriere  della  Sera (9.8.1973),  con  la  quale  Un  gruppo  di  sacerdoti  della

Locride,  dissociandosi  «da  quei  membri  della  Comunità ecclesiale, preti o religiosi o laici, che col silenzio rendono la Chiesa  complice  dei  mali  sociali  del  nostro  tempo» (clientelismo,  egoismo,  autoritarismo,  corruzione,  mafia...), prendeva  apertamente  le  distanze  da  tutti  i  comportamenti, anche  curiali,  in  antitesi  con  una  visione  nuova  e moderna della Chiesa.

Più  circostanziata,  ancorché  rispettosissima  della  gerarchia, la  lettera  inviata  al Vescovo  l’8 dicembre dello  stesso  anno da don Giuseppe Romeo, un giovane serio e valido sacerdote immaturamente  scomparso  in  seguito  ad  un  incidente automobilistico  il  29 maggio  1979.  Ivi,  don Romeo muovetutta  una  serie  di  rilievi  sulla  qualità  e  sull’efficacia  degli organismi  diocesani  di  partecipazione,  sulle  modalità  del ritiro mensile, sulla preparazione all’imminente celebrazione

dell’Anno Santo, per  testimoniare  che «l’Anno Santo  è una grossa  occasione,  forse  l’unica  della  nostra  vita,  di dimostrare che vogliamo essere veramente la Chiesa di Gesù Cristo», non esita a proporre di:

- rinunziare alla proprietà terriera degli enti ecclesiastici;

- abolire le tariffe ed i cosiddetti diritti di stola, le tasse di Curia  (almeno alcune ormai anacronistiche) ed  i contributi

per binazioni;

- rendere  pubblici  i bilanci diocesani e parrocchiali.

 

Erano,  tali  interventi,  la  manifestazione  -  ancora  non studiata  -  della  frattura  esistente,  nella  nostra  diocesi,  tra

clero  giovane  e  clero  anziano,  delle  divergenze  su  come affrontare i problemi pastorali postconciliari, della disunione e delle tensioni esistenti, che certamente non avevano aiutato l’azione  pastorale  di  mons.  Arduino  e  che  avrebbero consigliato a mons. Tortora di nominare vicario generale un sacerdote extradiocesano, mons. Antonino Sgro.

Si trattava di campanelli di allarme, ma non furono sentiti.

Verosimilmente  insofferente  dei  modi  morbidi  adottati  dal ricordato  gruppo  di  sacerdoti  della  Locride  (di  cui  pure

faceva  parte)  per  cambiare  la  stagnante  situazione  locale, evidentemente smanioso di fare in fretta, un altro sacerdote, don  Natale  Bianchi  -  varesino,  giunto  qui  tra  noi  molto giovane  ed  accolto  ed  ammesso  all’ordinazione  sacra  da mons. Arduino  e  dal medesimo  nominato  vicario  economo della  parrocchia  S.  Rocco  in  Gioiosa  -,  incominciò  una personale  battaglia  di  piazza  per  il  rinnovamento  in  senso socialista del Cristianesimo,  la quale gli procurò proseliti  in parrocchia,  ma  comportò  la  contestazione  delle  direttive  e dell’autorità del vescovo, e sfociò nella sospensione a divinis e  nell’abbandono  dello  stato  sacerdotale.  Sarebbe  stato opportuno necessario ed utile, allora, far prevalere il dialogo;

invece  ci  fu  lo  scontro  frontale  ed  ebbe  la  meglio l’intolleranza.

La  triste  vicenda  ebbe  ripercussioni  giudiziarie  fino  al 1981,  ma  fece  registrare  i  momenti  più  caldi  -  con

l’occupazione della chiesa di S. Rocco, manifestazioni varie e forme estremizzate di contestazione - tra il 1974 ed il 1975,

a  ridosso  del  referendum  antidivorzista  e  delle  elezioni amministrative  del  15  giugno  1975,  cinicamente strumentalizzata  da  forze  politiche  e  stampa  sedicenti progressiste  e  patrocinata  ed  adottata  dal  movimento  dei Cristiani  per  il  socialismo

    Di  essa  si  fanno  ancora valutazioni partigiane, essendo in vita, tranne mons. Tortora, pressoché  tutti  i  protagonisti,  comprensibilmente  convinti, ognuno,  della  validità  del  proprio  operato.  Non  sembrano pertanto  realizzate  ancora  le  condizioni  perché  se  ne  possa parlare  in maniera  serena  ed  obiettiva. D’altra  parte,  come afferma  Agostino  Giovagnoli,  «manca  ancora  una ricostruzione  storicamente  soddisfacente  di  fenomeni  come la contestazione ecclesiale ed il dissenso cattolico».

 

*  *  *

 

I  primi  anni  dell’episcopato  di  mons.  Tortora  furono dunque segnati da prove estremamente difficili.

Il Vescovo, già temprato dal governo pastorale - anche se esercitato in una piccola prelatura - e fortificato dalla diretta esperienza  del  Concilio,  alle  cui  sessioni  aveva  a  tutte partecipato, era venuto in Calabria con buone prospettive ed intenzioni  di  lavoro.  «Io  ho  voluto  impostare  tutto  nello spirito  di  rinnovamento  del  Vaticano  II»,  scriverà  il  22 settembre  1988  nel  Messaggio  di  commiato  alla  amata Diocesi  di  Locri-Gerace,  quando,  colpito  da  un  male terribile,  preferì  dimettersi  e  lasciare  a  mani  più  sicure  il governo  della  diocesi. 

 Ivi  si  legge:  «…  è  stato programma  svolto  in  collaborazione  insieme  con  voi. Abbiamo posto al centro  l’Evangelizzazione,  la Promozione umana  e  la  catechesi:  con un  ufficio  catechistico  diocesano più attivo, le scuole per catechisti, il programma di catechesi nelle  parrocchie,  le  iniziative  di  pastorale  giovanile,  i  corsi prematrimoniali,  l’Istituto  di  scienze  religiose  per  la formazione cristiana del laicato, la pastorale dei Sacramenti, i  corsi  annuali  di  aggiornamento  su  tutti  i  settori  della pastorale».

In  effetti,  mons.  Tortora  svolse  i  tre  lustri  del  suo episcopato con tale intendimento ed in tale spirito, cercando

di edificare solidi edifici materiali e spirituali. Nei tre settori nei quali si è attivata la vita della Diocesi dopo il Vaticano II -  Caritas,  Catechesi  e  Promozione  ed  evangelizzazione umana - sono state assunte tutta una serie di iniziative che le hanno consentito una qualche vitalità, tuttavia non rinvigorita

in maniera adeguata a superare le precarietà della sua  storia di  diocesi  periferica,  collocata  nella  parte  continentale dell’Italia  più  povera,  non  solo  di  strutture  e  di  risorse conomiche,  ma  anche  di  iniziative  e  di  idee  proprie  ed originali,  certamente  più  capace  di  lamentarsi  della  propria

sorte  che  di  sollevare  la  testa  e  saper  fare  da  sé,  ma altrettanto  certamente  trascurata  e  bistrattata  nelle  sedi  del potere effettuale. Semplicemente elencando, vanno ricordati i provvedimenti  e  le  iniziative per  la  revisione delle  strutture diocesane: la curia; le commissioni e le consulte;  la  riforma dei vicariati foranei,  che ora sono cinque  e per essi sono  stati  istituiti  i  consigli  foraniali,  fortemente  voluti dall’attuale  Pastore,  per  il  quale  il  funzionamento  della forania è segno di funzionamento delle singole parrocchie; i consigli  presbiterale  e  pastorale;  i  consigli  parrocchiali  ed  i

consigli  parrocchiali  per  gli  affari  economici;    la riorganizzazione  della  rete  parrocchiale,    probabilmente affrettata - insieme con la revisione degli enti beneficiali

- dalla revisionata normativa concordataria, ma - come ho già osservato  -  verosimilmente  condizionata  dalla  scarsità  di sacerdoti.

Un segnalato impegno si ebbe per la pastorale della famiglia e  giovanile  -soprattutto  per  essere  riusciti  ad  avere  a Locri, nel  1978,  i Salesiani  -  e  nel  campo  della  catechesi, perché, come  ricordava  il  compianto  mons.  Antonino  Sgro,  «in un’epoca di secolarizzazione non regge più e reggerà sempre meno una religiosità fondata in prevalenza sulle tradizioni».

Mons.  Tortora  era  pienamente  convinto  della inderogabilità di tutto un lavoro di catechesi per una continua formazione delle coscienze cristiane dei fanciulli, dei giovani e degli adulti. «Partecipa a questa ansia pastorale - scrisse – il nostro  Piano  Diocesano  e  la  Programmazione  Pastorale Catechistica  1985-1986,  ricordando  sempre  ed  affermando tre principi basilari:

- non ci deve essere sacramento senza evangelizzazione;

-  l’evangelizzazione e  la catechesi come cammino di  fede graduale e permanente per ogni età;

-  l’evangelizzazione e  la catechesi come cammino di  fede nella  Comunità  e  della  Comunità  ecclesiale,  e  cioè  la Parrocchia e la Diocesi».

Per  poter meglio  operare  erano  stati  fondati  l’  Istituto  di Scienze  religiose,  la  Scuola  di  teologia  per  laici  e religiose, la Scuola diocesana per  catechisti. Nel campo dell’assistenza,  va  ricordata  l’erezione  della  Caritas Diocesana (1.12.1974).

Quello  di  mons.  Tortora  fu  in  definitiva  un  episcopato operoso,  molto  preoccupato  della  conversione  della  gente, ma, o perché l’operosità fu comunque insufficiente o perché la nostra cervice è veramente dura, i successi non furono né abbondanti  né  soddisfacenti.  Il  15  agosto  del  1985, riflettendo  sul  clima  di  violenza  che  specialmente  in quegli anni  affliggeva  la  Regione,  lo  stesso  Vescovo  diffuse  un solenne  e  famoso  messaggio  di  riconciliazione  nel  nome della Madre  di Dio.   Ivi,  dopo  aver  dichiarato  di  non ignorare il bene che ogni giorno si compiva in Calabria e di non  voler  disconoscere  i  valori  che  il  popolo  calabrese ancora  coltivava  e  custodiva  gelosamente  -  bontà  di  cuore, generosità,  senso  dell’ospitalità,  senso  della  famiglia  -, tuttavia  affermava  di  non  poterne  non  ricordare  i  malanni antichi  e  recenti,  le  tensioni,  il  fenomeno  tristissimo  della

delinquenza organizzata e le preoccupanti forme di omertà e di corruzione che essa genera.

«Analizzando  la  situazione  della  comunità  calabrese, tenendo  anche  conto  di  alcune  visibili  situazioni  di

irriconciliazione  nella  Chiesa»,  mons.  Tortora  individuava nel suo corpo le seguenti 5 piaghe:

1. carente istruzione religiosa e separazione tra fede e vita;

2. affermarsi della cultura della morte;

3. scadimento del valore della libertà;

4. idolatria dell’avere;

5. conflittualità tra varie categorie di persone.

 

Piaghe che - scriveva - possono essere sanate attraverso la riconciliazione, lungo il cui tragitto c’è Maria, «modello che supera in vario modo i conflitti e si inserisce nelle comunità dei discepoli», come ampiamente si rileva dai Vangeli. Ed a Maria,  alla  devozione  mariana,  mons.  Tortora  ha  dedicato una delle più belle lettere pastorali che siano mai state scritte sul tema.

Gli  ultimi  anni  dell’episcopato  di  mons.  Tortora  furono caratterizzati nella nostra terra dall’esplosione del fenomeno della malavita organizzata, qui da noi con la denominazione di  mafia  ’ndrangheta,  esasperato  allora  dalla  pratica  del sequestro  di  persona    ed  oggi  dallo  smercio  di  armi  e  dal traffico  di  droga,  oltreché  da  uccisioni  efferate  e  delitti  di varia  natura  e  genere,  che,  cinicamente  se  non interessatamente  enfatizzato  dai  mezzi  di  comunicazione, continua  ad  essere  l’ostacolo  più  insuperabile  che  possa

essere  stato  posto  sul  cammino  della  nostra  redenzione socioeconomica e morale.

Specialmente il problema dei sequestri di persona angosciò gli ultimi anni di mons. Tortora, durante  i quali la  sua voce ammonitrice  nei  confronti  dei  sequestratori  si  alzò  così frequente  e  solenne  da  meritargli  l’epiteto  di  Vescovo dell’Aspromonte,  vescovo, purtroppo, non soltanto del luogo nel quale sorge il santuario mariano più accorsato della diocesi e più amato da lui, ma vescovo del luogo nel quale si sono  conclusi  i  più  gravi  sequestri  di  persona  degli  anni  di piombo di quell’esecrando crimine. Senza gesti eclatanti, ma con la forza della parola, il Vescovo locrese fece sentire alta la sua condanna del crimine e sofferente e paterno l’invito ai criminali a pentirsi e lasciare la strada della perdizione.

Alla  fine  del  1987,  mons.  Tortora  sostenne  con convinzione  l’iniziativa  del  convegno  con  le Chiese  sorelle di Oppido-Palmi e di Reggio-Bova che si tenne nei giorni 9- 11  dicembre  sul  tema  “Essere  Chiesa  oggi  in  provincia  di Reggio  Calabria”.  Si  trattava  di  un’iniziativa  nuova  nella storia delle Chiese reggine, le quali, forse per la prima volta, si  incontravano  per  riflettere  insieme  sulla  grave  situazione

in cui versava l’intera provincia, ripensare il senso della loro missione  e  della  loro  presenza,  assumersi  le  proprie responsabilità di fronte alle sconfortate e smarrite comunità.

 Quel convegno non ebbe alcun seguito.

Qui vorrei fermarmi, poiché degli ultimi quindici anni non è facile  –  né,  a  ben  riflettere,  è  necessario  –  parlare  con  gli strumenti  della  storia.  Non  posso  tuttavia  ignorare  e    non donare  alla considerazione di  tutti  le parole  con  cui  l’allora presidente  diocesano  dell’A.C.,  il  compianto  Franco  Bono, accolse,  l’11  marzo  1989,  l’ingresso  in  diocesi  di  mons. Antonio Ciliberti, il nostro penultimo vescovo:

«La nostra realtà ecclesiale - disse Bono - ancora attende che il seme di quella benedetta e provvidenziale stagione che fu il Concilio Vaticano II abbia a fruttificare in mezzo ad essa: i laici,  lungi  dal  declinare  responsabilità  e  tantomeno dall’indulgere  in  sterili  recriminazioni,  sono  pronti  a sobbarcarsi  del  lavoro  nella  vigna  del  Signore.  Essi attendono una chiamata convinta e  lungimirante, animata di generosità, corroborata da fiducia che stimoli fiducia».

Ed  uno  dei  sacerdoti  più  rappresentativi  della  diocesi,  don Salvatore  Albanese,  con  espressione  resa  più  icastica  dal dialetto,  scrisse eplicitamente: «ndavi  ‘u ndi cangia  - e  ‘mundi cumberti / e ‘mu ndi rimolla».

Se  siamo cambiati, convertiti,  rimollati, cioè effettivamente divenuti  disponibili  a mettere  in  discussione  almeno  alcune

delle  nostre  certezze,  è  cosa  che  verificheremo  durante l’avventura del sinodo che stiamo vivendo.

 

Polsi, luglio 2006

 

A cura del Prof. Enzo D’Agostino

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