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Parrocchia "S. Rocco e S. Francesco di Paola" - Pizzo
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LA REGOLA DEL TOM “Voi siete chiamati ad essere i servi fedeli di Dio e coloro i quali ripongono in Lui il Loro cuore”
Abbiamo ascoltato un brano tratto dalla Seconda lettera di San Pietro : Questa lettera è indirizzata, come la prima, ai primi cristiani , in particolare ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia, eletti per obbedire a Gesù Cristo. Pietro definisce questi stessi fedeli , nell’apertura della seconda lettera, come “Coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo”. Pietro esorta questi cristiani della prima ora a rendere sempre più sicura la loro vocazione e la loro elezione. Cioè li invita a ripensare e riconfermare la loro chiamata e a riconsiderare di essere degli eletti, cioè dei prescelti per obbedire a Gesù Cristo. Se ripenseranno e riconfermeranno la loro identità vocazionale non inciamperanno mai , cioè non si allontaneranno dalla Chiesa, non usciranno dalla comunione con tutti gli eletti, i prescelti quali discepoli di Gesù. Ma ancora, dice Pietro, “così vi sarà aperto l’ingresso nel regno eterno del Signore Gesù Cristo”. Insomma chi risponde alla Chiamata di Gesù resta dentro la comunione e riceve la promessa irrevocabile della salvezza, cioè della appartenenza definitiva al regno di Dio, e dunque riceverà la vita eterna. Ma condizione indispensabile per ottenere questa salvezza è rendere sempre più sicura la propria vocazione e la propria elezione. Cioè porsi in un atteggiamento dinamico , attivo che consiste nel verificare nei fatti, nei comportamenti , nella vita quotidiana la propria appartenenza totale a Cristo, quindi il proprio essere cristiani. Anche questa mattina, noi minimi, ci siamo radunati per vivere insieme, tra l’altro un momento importante. Per fermarci a riconsiderare la nostra vocazione e la nostra elezione. Per ripensare al fatto di essere dei cristiani, battezzati che, volontariamente, hanno aderito ad una proposta di vita evangelica professando una Regola scritta e pensata per coloro che, pur vivendo nel mondo, quindi senza necessità di allontanarsi dal mondo , vogliono vivere la spiritualità dell’Ordine dei Minimi. Dalle fonti storiche sappiamo che la Regola del Terz’Ordine secolare dei Minimi viene presentata per la prima volta al Papa Alessandro VI nel 1501. Il Pontefice l’approverà con la Bolla “Ad ea quae”. Con la stessa bolla viene approvata la seconda stesura della Regola dei frati, cui S. Francesco aggiunge la prima stesura della Regola dei laici terziari. L’anno seguente, il 1502, San Francesco, desideroso di fare esaminare la Regola al Collegio dei Cardinali, per riceverne una più solenne e pubblica conferma dal Sommo Pontefice, la sottopose ad una accurata revisione letterale. Il Papa, in seguito ad approvazione in Concistoro, con la Bolla “Ad fructus uberes” approvò una seconda volta la Regola dei frati e dei terziari, il cui testo rimaneva sostanzialmente lo stesso. Ultima tappa del cammino di approvazione è il 28 luglio 1506 data nella quale Giulio II con la Bolla “Inter ceteros” approvò unitariamente le Regole dell’Ordine dei Minimi, nella sua triplice composizione: Frati, Sorelle e Laici dell’uno e dell’altro sesso che vivono nel mondo. Giova notare come nella Bolla di approvazione il Pontefice, rispondendo in ciò ad una richiesta del Fondatore, oltre all’approvazione ed alla conferma delle Regole, si soffermi sul particolare della denominazione che deve essere data, tanto ad ognuna delle suddette regole dell’Ordine come all’Ordine stesso. E’ stato dunque lo stesso S. Francesco a proporre una ridefinizione del suo Ordine in relazione alla natura ed alla strutturazione interna. Ed invero vi si Legge “……lo stesso Francesco Volle e comandò che le tre regole ed i loro capitoli fossero osservati e che siano chiamate irrefragabilmente : la prima dei Frati dell’Ordine dei Minimi, la seconda delle Sorelle dell’O.M e la terza , dei fedeli di ambo i sessi dell’O.M……” Conseguentemente il Papa conferma e approva “stabiliamo e ordiniamo e vogliamo…….che siano irrefragabilmente chiamate la prima di dette regole, dei Frati dell’OM, la seconda invece delle Sorelle del detto OM ; la terza dei fedeli di ambo i sessi del medesimo OM; e lo stesso Ordine sia chiamato Ordine dei Minimi”( cfr. pagg.81,82 “Le sorelle dell’Ordine dei Minimi” ) Cambia anche in modo significativo la denominazione dell’Ordine, che Ad ea quae e Ad fructus uberes chiamavano Ordine dei Frati Minimi (“ordinem fratrum minimorum”) e che adesso per volontà del Fondatore passa ad essere chiamato Ordine dei Minimi ( “Minimorum ordinem perpetuo irrefragabiliter nuncupari”). Risulta allora un ordine unico, composto da tre categorie di persone differenti, e normativamente disciplinato da tre regole differenti, ognuna delle quali risponde alle peculiari necessità di quelle categorie: frati, sorelle, fedeli di ambedue i sessi. In quest’ottica propongo la riflessione su un interessante commento alla regola di P. Francesco Giry morto in concetto di santità nel sec. XVII. Pur trattandosi di un commento molto datato contiene spunti di grande interesse utili a raccordare l’esperienza delle origini anche alle più recenti problematiche ecclesiologiche e spirituali del nostro tempo. Il P. Giry così esordisce “Sebbene voi, o terziari minimi, viviate nel mondo ed abbiate occupazioni secolari che necessariamente ad esso vi legano, tuttavia avendo abbracciata questa Regola e scelto questo stato di vita , in un modo tutto particolare , siete separati dal mondo in quanto che , senza cambiare professione, siete destinati a condurre una vita più pura, più santa, più perfetta di quella comune dei cristiani.” La riflessione sul primo capitolo della Regola per i fedeli di ambo i sessi dell’Ordine dei Minimi, cioè per i terziari, si pone in perfetta sintonia con le parole della Sacra scrittura che abbiamo ascoltato. Se leggiamo tutto il primo paragrafo del Cap.I ci accorgiamo che la Regola comincia proprio con un’affermazione che ricalca la petizione di principio di Pietro. Per entrare nella vita eterna e per ottenere il premio eterno bisogna osservare i precetti divini. Quindi, dice la Regola, voi fedeli di entrambi i sessi di quest’Ordine dei Minimi, che militate sotto questa Regola e che sperate di entrare nella vita eterna per mezzo della sua osservanza, prima di tutto custodirete debitamente i comandamenti di Dio e della Santa Chiesa. La Regola dei fedeli laici dell’ordine dei Minimi, dunque, si apre con un postulato comune sostanzialmente alle regole dei frati e delle sorelle. Per entrare nella vita eterna bisogna osservare i comandamenti di Dio e della Santa Chiesa . Ma mentre ai frati ed alle sorelle, come primo monito, Francesco rivolge un’esortazione alla perseveranza nella regola e dei voti , l’invito iniziale ai terziari è più chiaro, più pregnante. “Onorate con riverenza un solo Dio nella Trinità, amatelo con tutto il cuore, con tutte le forze sopra ogni cosa, servitelo fedelmente e riponete il vostro cuore stabilmente in Lui” “et cor vestrum in ipso fixe reponatis”. Viene sostanzialmente riecheggiato il Primo comandamento della Legge. Amerai il Signore Dio Tuo con tutto il cuore con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore; ….”(Dt6, 5-7). E più sotto continua:“Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi, le insegnerete ai vostri figli ….”(Dt. 11,18-21) L’inizio della regola per il minimo è dunque strettamente collegato al precetto fondamentale dell’Amore verso Dio. Ma viene subito chiarito che quest’amore di cui si parla non è un fatto cultuale, devozionale, ma è qualcosa che coinvolge la vita intera dell’uomo costringendolo a una scelta radicale. Nel commento di P. Giry leggiamo infatti “Come nel primo comandamento del Decalogo qui ci viene imposto l’esercizio del culto divino, non soltanto con gli atti di religione, che è la prima delle virtù morali, ma con quelli delle virtù teologali, credendo in Dio che è la verità per essenza, sperando in Lui come nel nostro bene supremo, amando lui come nostro bene infinito”. Cosa significa tutto ciò? Che l’amore verso Dio si scompone in una triplice dimensione che coinvolge tutto l’uomo, cioè la sua ragione, la sua volontà e il suo amore ma nello stesso tempo si fonda proprio sulle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità, che costituiscono il centro della relazione fra l’uomo e Dio. A suggello di questo invito vi è l’espressione “riponete il vostro cuore stabilmente in Lui”. Questo stabilmente nel testo latino è scritto “Fixe” cioè fissamente, in maniera adesiva, incollata. Richiama ancora il Deuteronomio e quel comando “questi precetti ti stiano fissi nel cuore” La proposta di adesione totale a Dio passa per la scelta di accogliere stabilmente, irrevocabilmente nel proprio cuore l’Amore di Dio e rispondere a questo Amore abbandonando il proprio cuore nel cuore di Dio. La proposta di vita per il minimo, laico in particolare, si fonda su questa scelta totale e totalizzante di Dio al di sopra di tutto. E’evidente che l’invito a riporre stabilmente in Lui il proprio cuore evoca un progetto di comunione con il Signore che non può essere il frutto di una scelta razionale. Si invita il minimo a fissare il cuore in Dio. Perché il cuore? Secondo la migliore tradizione spirituale, che risale alla cultura ebraica, il cuore è il centro dell’amore e della volontà, ma è anche il punto di unificazione dell’uomo. Noi oggi dicendo il cuore diciamo il più profondo dell’essere. Ancora una volta la Sacra Scrittura ci offre degli spunti importanti per approfondire questo aspetto. Non possiamo brevemente non ripensare a qualche espressione della Sacra scrittura laddove è Dio stesso che individua nel cuore dell’uomo il luogo privilegiato per il suo manifestarsi. Possiamo subito riferirci al libro del profeta Osea laddove al cap. 2 è contenuto uno splendido dialogo d’amore fra Dio e il suo popolo . I primi tre capitoli del libro di Osea, raccontano la storia di un tradimento coniugale; una brutta storia. Osea per obbedire al comando del Signore prende in sposa una prostituta che gli dà dei figli che Osea chiamerà Non - amata e Non - mio popolo in segno del disprezzo perché sono figli di prostituzione. Questo matrimonio difficile è il simbolo del rapporto tormentato fra Dio e il suo popolo. Dio che ama un popolo infedele. Dio che promette devastazione e distruzione ma che poi muta il suo intento e mette in bocca allo sposo parole di grande tenerezza “Ecco l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” Dio promette , attraverso la metafora dell’amore coniugale tradito, di ricostituire un’intimità profonda, di rinnovare un fidanzamento, di parlare al cuore del suo popolo. Ecco il cuore. Dio parla al cuore del suo popolo, cioè parla al motore della volontà alla sede dell’amore. Perché il dialogo di Dio non è un dialogo di conoscenza nel senso di informazione, di passaggio di notizie. E’ al contrario un dialogo di Amore, di comunicazione di Se stesso, cioè dell’AMORE; quindi un dialogo di Comunione. Dio ha una sola cosa da rivelare all’uomo, una sola verità da svelargli: il Suo Essere amore infinito. Per questo Dio parla al cuore. Per questo la restaurazione dell’amicizia con Dio è simboleggiata da un fidanzamento, da un matrimonio, perché Dio continua ad amare l’umanità e attende sempre il suo ritorno. E ancora il brano della Samaritana è tutto incentrato su Gesù che parla al cuore della donna, rivelandole le contraddizioni e la dispersione del suo amore. I suoi cinque mariti sono il segno di una amore sperperato, di un cuore frammentato. Ma Gesù parla al cuore della donna e si rivela , dicendole chiaramente sono Io il Messia, il liberatore e in tal modo le manifesta il SUO AMORE, proponendole un nuovo culto che prescinde dai luoghi dell’adorazione perché privilegia il cuore dell’Uomo come sede idonea all’adorazione in Spirito e Verità. ( Gv.4, 1-42) Se Dio parla al cuore l’uomo che fissa il suo cuore in Dio è l’uomo che vuole ascoltare la voce di Dio nella sua vita, è l’uomo che vuole sperimentare la presenza di Dio , che vuole che Dio venga ad abitare in Lui. E’ l’uomo che accoglie dentro di sé il Signore, come Maria che custodiva tutte quelle cose nel suo cuore….. Quest’uomo , che fissa il suo cuore in Dio, è chiamato dunque a diventare un contemplativo perchè l’esperienza dell’incontro cuore a cuore a Dio non lascia uguali a prima, non è solo l’emozione di un momento, è la scoperta che nella propria vita e nella propria storia Dio c’è e con Lui c’è il Suo Mistero, la sua grandezza, la infinita ampiezza del suo Amore. Questa visione è troppo bella perché l’uomo possa staccarne lo sguardo senza sentirsi ferito, svuotato. L’uomo che ha fissato il suo cuore in Dio diventa capace di fissare il suo sguardo , su una realtà che attira fortemente l'attenzione e il desiderio di chi guarda. Proprio come si contempla la bellezza dei paesaggi naturali, del mare, dei monti, del cielo d'estate. Nell'ambito della vita cristiana, l'oggetto della contemplazione è Dio uno e trino: il mistero del Padre che crea e salva gli uomini, del Cristo che ce lo rivela, dello Spirito che ce lo fa conoscere e comprendere. E', insomma, il mistero trinitario, che si realizza in mezzo a noi nel mistero pasquale di Cristo Gesù e che illumina, includendolo in sé, il nostro stesso mistero, il mistero dell'uomo redento. Contemplare, in questo orizzonte, significa affondare , fissare gli occhi della fede, della speranza e dell'amore in questo mistero. Contemplare significa sapere, a prescindere dalle nostre umane conoscenze e dalle nostre umane capacità di conoscere, che un tale mistero esiste e si realizza per noi. Contemplare è “gustare” “assaporare” il mistero, più che di scandagliarlo o di anatomizzarlo. E' chiaro, comunque, che la contemplazione più autentica e più «pura» non è, di fatto, appannaggio di tutti i cristiani, anche se tutti i cristiani possono approdarvi: non tutti i cristiani sono dei contemplativi nel senso proprio del termine, benché la storia del cristianesimo ne conosca moltissimi; ma tutti i cristiani possono giungere a contemplare il mistero di Dio. Questo perché, in verità, colui che giunge alla contemplazione non vi riesce per suo merito personale, ma perché gli viene concesso in dono da Dio stesso. Da questa esperienza di comunione profonda con Dio, da questo accostarsi al mistero della presenza di Dio nasce una nuova disposizione del cuore. Il cuore trova il suo riposo in Dio, la sua pace : come dice il Salmo 131 “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia” E’interessante che proprio ai fedeli secolari Francesco abbia consegni questo invito ad una spiritualità fortemente contemplativa, ma non v’è da stupirsi. Leggendo il seguito e pensando ai destinatari, quelli di ieri, ma anche a quelli di oggi, la forza di un’adesione che non sia solo formale, che non discenda solo dalla devozione, affonda le sue radici in quella forte esperienza di Dio che Francesco aveva fatto, sin da giovane, sin da quando aveva conosciuto gli eremiti di Monteluco, sin da quando poco più che adolescente aveva deciso di vivere solo e tutto di Dio. La nostalgia di Dio, la nostalgia della sua presenza è il segreto che Francesco voleva lasciare anche alle donne e agli uomini che vivono nel mondo; quegli uomini e quelle donne che con una bella espressione di M. Delbrel una mistica laica francese della prima metà del ‘900, definiremmo “gente della strada” . Perché questa proposta di vita contemplativa non è assolutamente disincarnata dalla storia. Ed infatti, dall’adesione profonda e intima a Dio nasce la forza per ridefinire un diverso rapporto con il mondo Dall’amore per Dio, dalla forte esperienza di Lui, che non esito a definire contemplativa scaturisce una conseguenza evangelicamente chiara, il minimo vive nel mondo senza essere del mondo. Dice P. Giry “Il cordone da voi portato è anche il distintivo di questa separazione. Poiché esso non vi fu dato se non per esservi di continuo avvertimento che voi per il vostro stato siete interamente distaccati dal mondo:i suoi nodi vi indicano pure che per il vostro stato siete più strettamente legati a Dio.” E continua “colui infatti che non è più del mondo, ma che Dio per una speciale elezione ne lo ha separato, ha un obbligo più stretto degli altri cristiani di non seguire le massime del mondo, ma inviolabilmente quella di nostro Signore Gesù Cristo.”
Il Terziario non sfugge dal mondo, anzi, lo cerca, lo ama è disposto a “sporcarsi le mani” condividendo con gli altri uomini la fatica della quotidianità. Il mondo, infatti è la sede propria dell’estrinsecarsi della vocazione del laico minimo Ed allora l’esortazione: “Fate frutti degni di penitenza” diviene per ulteriori un invito a costruire trasformazione del mondo e della sua realtà. Ma qual è per il laico minimo la modalità privilegiata per operare questa trasformazione dal di dentro, restando nella storia , vivendo la propria storia da protagonista ma anche da collaboratore del progetto di salvezza di Dio. Credo che non si possa ancora prescindere da quel “fixe reponatis” , da quell’impronta fortemente contemplativa della regola, una dimensione contemplativa che non si contrappone ad una azione vivace ed efficace. In questo senso J. Maritain nel suo “Azione e contemplazione” afferma “La contemplazione non è data solo ai Certosini, alle Clarisse, alle Carmelitane… Spesso è tesoro di persone nascoste nel mondo e conosciute solo da qualcuno, dai direttori spirituali, dagli amici. Qualche volta questo tesoro è nascosto nelle anime stesse che lo possiedono, le quali ne vivono in tutta semplicità, senza visioni, senza miracoli, ma con un tale focolaio d’amore per Dio e per il prossimo che intorno ad esse si fa del bene spontaneamente, senza chiasso e senza agitazione. La nostra epoca deve acquistare coscienza proprio di questo e delle vie mediante le quali la contemplazione si comunica nel mondo, in una forma o in un’altra, alle anime che ne hanno sete, spesso senza saperlo, e che vi sono chiamate almeno da lontano. Quanto dunque alla vita spirituale , la maggiore esigenza della nostra età è quella di mettere la contemplazione per le strade”(J. Maritain) In questa prospettiva la proposta penitenziale della regola per i laici minimi è davvero una scommessa, un tentativo di mettere la contemplazione per le strade proponendo nella dinamica penitenziale una radicale conversione, un mutamento profondo della vita e del cuore che non si collega, dice bene P. Giry, ad un mutamento della professione, cioè dello stato di vita, ma che dal di dentro della esperienza secolare orienta totalmente il proprio sé a Dio. Questa proposta penitenziale per il terziario è all’origine di un percorso di trasformazione delle realtà temporali, che hanno bisogno di rinnovamento, di restaurazione secondo il progetto di salvezza di Dio. Ed è un percorso che chiede al laico di restare nel mondo, ma con lo sguardo ed il cuore fissi in Dio, di non abdicare alle responsabilità familiari, sociali, professionali, ma ad assumerle come luogo di santificazione ed occasione di rinnovamento per sé e per gli altri. Dice ancora Maritain: “Ci sono per la comunità cristiana due pericoli inversi: il pericolo di cercare la santità solo nel deserto ed il pericolo di dimenticare la necessità del deserto per la santità….Così un rinnovamento sociale vitalmente cristiano sarà opera di santità o non sarà; dico d’una santità volta verso il temporale, il secolare il profano.” Il terziario minimo, professando e vivendo la sua regola, dovrà scoprire giorno per giorno di dover restare nella condizione di laico, di colui al quale è concesso e prescritto di non ritirarsi dal mondo e dalle sue responsabilità, ma di dover percorrere la strada della sua santità, operando in prima linea per la santificazione del mondo. Ecco allora che, ricordando le parole di San Pietro, stamattina vogliamo rendere più sicura la nostra vocazione e la nostra elezione, accogliendo da un lato la sfida che il Santo Padre Francesco ci propone ma confidando nel suo aiuto perché senza paura possiamo realizzare il delicato compito di portare “la contemplazione nelle strade”. |
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