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Lettera
del p. generale
p. Giuseppe Fiorini Morosini
nel V Centenario dell’approvazione della IV Regola
(1506-28 luglio-2006)
Carissimi fratelli e sorelle,
la
felice circostanza del V Centenario dell’approvazione della nostra
Regola, che ricorre il prossimo 28 luglio, va celebrata da tutti noi figli
di S. Francesco di Paola, con sentimenti di gratitudine al Signore, di
attenta riflessione sul nostro essere Minimi oggi nella Chiesa, di grande
speranza per il futuro della nostra famiglia religiosa.
Ci sentiamo in questo momento la piccola famiglia dei «fratres,
sorores et chri-stifideles laici», che il Fondatore ha voluto lasciare
alla Chiesa, dopo aver progressivamente capito quanto Dio gli chiedeva
e a quale missione lo chiamava. La nostra famiglia cresciuta tantissimo
nei secoli passati, si trova ad essere oggi un «piccolo gregge»,
ma in una fase di rilancio e di crescita, Dio lo voglia e ci benedica,
come ai tempi dell’approvazione della stessa Regola. Che tale rilancio
oggi si possa realizzare, dipende in parte da noi, nella misura in cui
sapremo far tesoro del nostro carisma e riusciremo a rilanciarlo nella
Chiesa.
1.
La gratitudine verso il Signore
È
il primo sentimento che dobbiamo coltivare. Esso ci riporta indietro nei
secoli e ci fa gustare la stessa gioia provata da S. Francesco, oramai
novantenne, quando gli portarono la notizia che il papa aveva approvato
la «sua Regola». Sì, è il caso dirlo, la «sua
Regola». Sappiamo la tenacia con la quale la volle, superando ostacoli
all’apparenza insormontabili. Gli anni bui del pontificato di Innocenzo
VIII, che aveva categorica-mente chiuso la porta ad ogni speranza con
la conseguente crisi all’interno dell’Ordine, che sperimentò
così i primi abbandoni, erano ormai un ricordo, nel quale affondare
le radici della fede e della speranza: «Il povero in spirito getta
nel Signore il suo affanno», aveva scritto nella prima Regola (cap.
VI). Ed egli in quella circostanza lo ha fatto con semplicità e
serenità; e il Signore lo ha benedetto.
La sua tenacia, costruita sulla certezza che Dio voleva consegnare alla
Chiesa, per mezzo suo, una nuova forma di «sequela» di Cristo,
fu premiata. Certamente si commosse quando gli lessero la bolla di approvazione
e notò con una certa soddisfazione che il papa aveva definito la
sua Regola: «Luce che illumina i penitenti nella Chiesa».
Certamente nel suo animo annuì e commentò: «È
proprio ciò che Dio mi ha chiesto e mi ha proposto, il motivo per
cui sono stato fermo nella richiesta di una Regola tutta nuova; nessuna
Regola, tra quelle preesistenti, esprimeva il progetto di una “sequela”
fondata sulla penitenza quaresimale per tutta la vita».
S. Francesco fu grato al Signore e fu deciso nel chiedere ai suoi religiosi
di osservare la sua e loro Regola con amore, nella certezza che poteva
essere osservata, perché «a chi ama Dio tutto è possibile».
Ricordiamo le parole dolci e amorevoli con le quali ha chiuso la Regola:
«Ecco, carissimi fratelli, la legge e Regola, mite e santa, che
vi esortiamo di accogliere con umiltà e di osservare con fedeltà».
A distanza di cinque secoli, noi ringraziamo Dio per quanto la nostra
Regola ha prodotto nella sua santa Chiesa. Lo ringraziamo per la santità
che è fiorita in essa attraverso la sua osservanza. Lo ringraziamo
per tutto il bene che i nostri religiosi hanno operato ovunque sono andati,
attuando la missione penitenziale. Lo ringraziamo per tutte le difficoltà
che l’Ordine ha attraversato e per la forza di fede e di speranza,
che i nostri religiosi hanno avuto nel riprendere coraggiosamente il cammino.
In alcuni mo-menti della storia l’amore all’Ordine nei nostri
confratelli è stato più forte dello sconforto di vedersi
quasi perduti, e quanto più buio e difficoltoso era il cammino,
tanto più luce hanno diffuso attorno a loro, sperando contro ogni
delusione, e con più tenacia hanno impresso velocità ai
loro passi.
Lo ringraziamo per il coraggio che stiamo avendo anche noi di guardare
avanti e di rilanciare la nostra famiglia verso nuovi traguardi, approdando
in luoghi, che sembravano impensabili e irraggiungibili solo alcuni anni
fa. Quante «sciagure» profetizzate negli anni difficili della
crisi postconciliare si sono dissolte come nebbia al sole, per grazia
di Dio e per la fede e tenacia che anche noi abbiamo avuto, scommettendo
sul futuro!
Lo ringraziamo perché in questo V Centenario possiamo offrirgli
una comprensione del nostro carisma mai avuta nel passato. I nostri studi
storici, biblici e teologici sono un’offerta abbondante che possiamo
presentare a Dio sull’altare come devoto ringraziamento per quanto
ci ha dato. Il convegno di studi sulla Regola, di recente celebrato a
Roma, e gli altri che sono in fase di preparazione per il prossimo anno,
sono un segno forte di tutto questo.
Molto umilmente, ricordando anche le nostre infedeltà per chiederne
perdono, diciamo a Dio tutta la nostra gratitudine. E diciamo anche a
lui, al nostro Padre e Fondatore, la gioia di sentirci suoi figli e la
gratitudine per aver tracciato un cammino sicuro di santità.
2.
Essere Minimi oggi
Il
ricordo del V centenario non si esaurisce con la fase celebrativa, ma
ci spinge a ripensare i contenuti della nostra Regola alla luce delle
suggestioni spirituali e culturali che noi oggi proviamo. Nell’epoca
della globalizzazione noi avvertiamo, purtroppo, anche i rischi della
frammentazione con l’esaperazione di tutti quei particolarismi che
rischiano di impedirci di vivere noi la comunione e di essere strumento
e costruttori di comunione anche per gli altri.
Voglio invitarvi, pertanto, ad una rilettura della nostra Regola, scegliendo,
come chiave di lettura, un aspetto particolare di essa, cioè il
modo come presenta la natura e l’esercizio dell’autorità.
Infatti, a me sembra che, meglio che in qualsiasi altro punto di essa,
tale visione consente la comprensione della nostra spiritualitá
penitenziale e quaresimale e la sua capacità di essere luce e guida
nella Chiesa. Voglio, pertanto, ripensare alcuni aspetti della nostra
identità e missione, attraverso le indicazioni date sull’autorità.
Sottolineerò, pertanto, quattro esigenze richiamate dalla Regola
per spiegarci chi è e che cosa deve fare il correttore: rinnovamento,
umiltà, giustizia, misericordia e compassioneG. GANDOLFI, op. cit..
Essi sono altrettanto aspetti del nostro carisma quaresimale e indicano
altrettanti punti della nostra missione oggi nella Chiesa.
3.
L’esigenza di rinnovamento
Sia
che guardiamo alla nostra identità, sia che sviluppiamo il tema
della missione nella Chiesa, ci imbattiamo nell’esigenza primaria
della penitenza quaresimale: la conversione del cuore. L’appellativo
di «correttore», dato a chi presiede una realtà dell’Ordine
a qualunque livello, con le motivazioni offerte sul perché di questa
scelta, illustrano a sufficienza l’esigenza di rinnovamento che
il minimo deve coltivare per sé e promuovere negli altri attraverso
la sua missione pastorale.
Il ruolo del superiore in funzione della comunità sta nel promuovere
la conversione di se stesso e di quanti sono stati affidati a lui in conseguenza
della «carica» (meglio dire «peso», «onus»),
che gli è stata affidata. In tal senso la comunità sussiste
in funzione del camminare assieme nella prospettiva della conversione.
La Regola dei frati e delle monache usa il verbo «contendentes»,
che indica, tra l’altro, un cammino fatto assie-me con l’entusiasmo
di chi gareggia ed entra in festosa competizione per fare meglio. Il riferimento
d’obbligo è all’esigenza di vivere il Vangelo, richiamata
in tutte e tre le Regole (dei frati, delle monache e dei terziari). La
I Regola dei frati lo aveva detto in forma esplicita: «Per questo
siamo stati riuniti, per vivere il Vangelo di nostro Signore Gesù
Cristo, e formare in Dio un cuore solo ed un’anima sola» (cap.
I).
La sequela evangelica è essenzialmente penitenziale, perché
è fondata sulla conversione del cuore. «Convertitevi, perché
il regno dei cieli è vicino!»: con queste parole si chiude
l’antico testamento attraverso la predicazione del Battista (Mt
3,2) e si apre il nuovo con la predicazione di Gesù (Mt 4,17).
Sia che riflettiamo su di noi, sia che guardiamo alla nostra missione,
è su questa verità fondamentale del Vangelo che noi dobbiamo
soffermarci. Il Vangelo non è cultura, ma è progetto di
vita, che si incarna nelle diverse culture fermentandole e trasformandole.
Se vogliamo sapere in che modo oggi noi possiamo essere vivi e propositivi
nella Chiesa, è la verità della conversione che dobbiamo
annunciare, con tutti i sacrifici che essa comporta. La penitenza quaresimale,
che professiamo nella Chiesa come forma tipica di «sequela evangelica»,
a questo ci invita e ci spinge: testimoniare e annunciare la conversione.
Una verità familiare a S. Francesco, sia in riferimento alla sua
vita personale, per cui viveva tutto mortificato al fine di riparare i
peccati, sia in riferimento alla sua missione tutta incentrata sull’invito
a ritornare al Signore.
Abbiamo materiale sufficiente per riflettere e per analizzare la nostra
vita per una fedeltà più piena alla Regola.
4.
L’esigenza dell’umiltà
Al
correttore S. Francesco chiede la consapevolezza di essere uno tra gli
altri, come gli altri e per gli altri, in cammino con loro verso la perfezione
cristiana. Anche se preposto nella comunità a guidare il cammino
di tutti, egli lo deve fare con la consapevolezza di essere sempre anche
lui «discepolo» e non maestro, «fratello» e non
padre, «servo» e non padrone degli altri. Ai sudditi (frati,
monache e terziari), però, chiede il rispetto e la riverenza dovuta
ad un padre, in forza del riconoscimento della missione che il correttore
compie. Tre i richiami della Regola in proposito: può essere eletto
cor-rettore chi ha dimostrato di essere un «buon discepolo»;
il correttore «deve correggere prima se stesso e poi caritatevolmente
i propri fratelli»; «non deve schiacciare nessuno dei fratelli
Minimi, essendo lui stesso minimo».
È una condizione importante per il vivere comune in comunità.
Alla base della comunione, infatti, deve esserci sempre l’atteggiamento
del discepolo e del servo, altri-menti si finisce con il prevalere sull’altro,
distruggendo così la comunione. È un aspetto fondamentale
della spiritualità quaresimale che, come Minimi, dobbiamo diffondere
nella Chiesa per educare i fedeli a costruire comunione ad ogni livello,
a partire dalla famiglia.
L’incontro con gli altri si realizza attraverso il dialogo, e il
dialogo si sviluppa tra persone che cercano in esso il dare piuttosto
che il ricevere: dare della propria ricchezza e ricevere per la propria
povertà. Al di fuori di questo atteggiamento c’è solo
il tentativo di imporsi sull’altro, di condizionarlo, di ridurlo
ad un oggetto per la propria utilità.
Il dialogo deve essere fondato, però, sulla verità, che
è ricerca costante del «pensare di Dio» («secundum
Deum»), che deve guidare l’agire dell’uomo: anche questo
è un altro elemento decisivo dello spirito quaresimale. Inoltre,
esso deve avere come condizione una trasparenza piena nei confronti del
fratello, il quale così non si sente raggirato, ingannato, usato
da oscuri interessi personali di chi gli sta di fronte, ma onorato e rispettato:
«Umilmente si onorino a vicenda nella carità, e siano modesti,
mansueti e umili, trattando con tutti onestamente e castamente»
(I Reg. XI). Gli ultimi due avverbi di questo passo esprimono proprio
la trasparenza alla quale si accennava.
5.
L’esigenza della giustizia
È
legata a quella della conversione. La spiritualitá e la missione
quaresimale all’interno della Chiesa esigono da parte nostra la
proclamazione della verità senza attenuazioni, la sua difesa senza
paura, il ritorno ad essa con coraggio. Nella parabola del figliol prodigo
il ritorno alla casa della padre è condizione previa perché
la misericordia del padre, mai venuta meno e sempre gratuita, potesse
manifestarsi al figlio. Ecco perché il «servizio» del
correttore consiste proprio nel rivendicare le esigenze della verità
contenute nel progetto di sequela penitenziale («il desiderio della
maggiore penitenza e lo zelo della vita quaresimale») e riportare
ad esse quanti hanno scelto tale progetto come ideale della propria vita.
Il correttore non è servo buono e fedele, onesto, virtuoso e prudente»
(IV Reg. X), se lascia correre tutto; non serve la causa della comunità
se chiude gli occhi. La misericordia e il perdono devono relazionarsi
alla volontà di ritornare su un cammino di fedeltà. Perciò
la Regola parla di «giustizia e misericordia, di olio e vino, di
verga e manna» (IV Reg. IX). Un equilibrio affidato alla saggezza
e alla prudenza del correttore: «Correggano le manchevolezze con
tale senso di giustizia da non separare da questa la misericordia, anzi
useranno tanta misericordia da non dividere da essa la giustizia»
(IV Reg. X). Il correttore, ricordando lui stesso le difficoltà
che sperimenta per essere fedele, cerca di raggiungere tale equilibrio,
senza mai trascurare le esigenze della fedeltà: non deve permettere
nulla che «possa snervare la purezza di questa vita e Regola o distruggerne
la forza della penitenza».
Che cosa può significare tutto questo per una spiritualità
e missione quaresimale nella Chiesa? Deve esprimere la volontà,
tradotta in scelte di vita e di azioni concrete, di salvaguardare sempre
le esigenze della verità. Quanto più crescono all’interno
della civiltà postcristiana le forze e le culture diverse dalla
nostra, tanto più dobbiamo arroccarci alle esigenze della verità
evangelica che annunziamo, senza cadere per questo in un vuoto e sterile
integralismo, ma solo per essere chiari e decisi nel dialogo interreligioso
e interculturale. La necessità di formare cristiani capaci di dialogo
con il mondo esige chiarezza e fedeltà nei confronti della verità.
Con la nostra spiritualità e missione quaresimale dobbiamo tendere
a tutto questo.
6.
L’esigenza della misericordia
Il
correttore, nella sua azione di guida, di animazione e di correzione della
comunità, incarna la misericordia di Dio, che si è rivelata
nella croce di Cristo. Il santo Fondatore ha richiamato continuamente
questa immagine alle persone che invitava a conversione: «Convertitevi,
perché Dio vi aspetta a braccia aperte»; e le braccia di
Dio si sono aperte per l’uomo nella croce del Figlio.
Il correttore usa misericordia, salvaguardando sempre, però, le
esigenze della giustizia, cioè della verità verso la quale
indirizza le persone, che gli sono state affidate. La consapevolezza che
l’uomo vive una situazione di combattimento spirituale contro le
«invisibili bestie delle rovine spirituali» (IV Reg. X), lo
porta alla vigilanza e alla custodia. La misericordia la manifesta allora
nel cercare «insistentemente piuttosto l’emendazione che la
punizione» (IV Reg. X) delle persone. Egli deve ispirarsi alla figura
del padre della parabola del figliuol prodigo, che esige la decisione
del figlio di ritornare a casa, ma che poi riabilita senza umiliarlo.
Se leggiamo le pagine del nostro Correttorio ci accorgiamo come sia questo
l’intento al quale sono ispirate le sue norme. Valga per tutto il
n. 33, il caso dei disobbedienti. Nel religioso disobbediente chiuso in
carcere non c’è solo la giustizia che ripara la colpa, ma
la misericordia che cerca di redimere. Per lui infatti la comunità
prega e alcuni fanno opera di persuasione, ricordando il mistero dell’obbedienza
del Figlio di Dio fatto uomo. Quando il ribelle si piega all’obbedienza
viene liberato.
Cosa può comportare tutto questo per il nostro carisma penitenziale
oggi nella vita della Chiesa? L’annuncio della misericordia di Dio:
«Andate a leggere cosa significhi ‘misericordia io voglio
e non sacrifici’. Non sono venuto a chiamare i giusti a conversione
ma i peccatori». Si tratta di vivere per noi e ripresentare il mistero
della «condiscendenza» di Cristo, che non si risparmia perché
i peccatori tornino a vita. Viviamo in un clima di indifferenza e di violenza,
nel quale spesso le esigenze della giustizia sono rivendicate solo nella
prospettiva della salvaguardia di una pace e di una tranquillità,
che è solo espressione del nostro egoistico quieto vivere. La misericordia
è una scommesa che impegna e scomoda parecchio.
7.
L’esigenza della compassione
La
misericordia è figlia della compassione; questa, poi, è
la capacità di immede-simarsi dei bisogni dell’altro. Dei
correttori la Regola dice: «Correggano con compassione i frati loro
affidati, sicché piamente riescano a condolersi dei difetti dei
loro fratelli» (cap. X).
Il pensiero corre immediatamente a Gesù, del quale nel vangelo
si dice che «guar-dando la gente ebbe compassione di loro, perché
erano come pecore senza pastore» (Mc 6,34). Nella lettera agli Ebrei
(4,15) si parla di lui come del sommo sacerdote che sa condolersi delle
colpe dei propri fratelli.
Se per Gesù la compassione è futto della sua «condiscendenza»,
per il correttore essa è generata sia dal fatto che incarna nella
comunità l’immagine della compassione di Dio, sia, soprattutto,
dalla consapevolezza di essere lui stesso bisognoso di compassione per
i propri peccati. Ecco l’importanza dell’esperienza «della
lotta contro le tentazioni» (IV Reg. IX) come condizione richiesta
per essere eletto correttore. Tale esperienza, sempre in atto, perché
mai egli cessa di convertirsi, lo rende capace di capire gli altri, di
accoglierli e di trattarli con misericordia.
Tutto ciò ci spinge ad una testimonianza e ad una missione di «compassione»
all’interno della comunità ecclesiale. Sia che annunciamo
il vangelo e attuiamo la riconciliazione sacramentale, sia che contempliamo
le necessità dei fratelli per pregare e riparare, sia che esercitiamo
le opere di carità, la nostra spiritualità quaresimale ci
spinge a fare tutto questo con «compassione», sentendo dentro
di noi, impresso nella nostra pelle, il male che è nel fratello
per saperlo portare con lui. In questo modo la compassione è la
virtù necessaria che sovrintende alla ricerca dell’equilibrio
tra misericordia e giustizia.
Carissimi
fratelli,
La nostra spiritualità quaresimale ha una ricchezza di grazia,
che non abbiamo ancora scoperto sufficientemente. In questa ricorrenza
centenaria dobbiamo sforzarci in tal senso. Non possiamo lasciar passare
invano la grazia di Dio.
Voglia concederci il Signore di ottenerlo.
Ringraziamolo per averci chiamato a professare questa Regola. Saremo tanto
più vitali, all’interno dell’Ordine e della sua missione,
quanto più identificati nella nostra vocazione.
Al Padre e Fondatore diciamo grazie per averci dato tanto dono e preghiamo
perché ci renda capaci di essere sempre più degni figli
suoi.
Nel suo nome vi benedico di cuore.
P.
Giuseppe Fiorini Morosini
Correttore Generale dei Minimi
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