S. Francesco
di Paola
Verso il V Centenario della morte
Nel venerdì santo, memoriale della passione e morte del Signore, Francesco
di Paola, novantunenne, il 2 aprile del 1507 celebrò il suo "dies
natalis" nel cielo. Coincidenza interpretata subito come il sigillo divino
al suo sforzo di conformarsi a Cristo. Tale conformità l'aveva pubblicamente
e solennemente sottolineata Alessandro VI quando, presentò alla Chiesa
Francesco, ancora vivente, "come un altro Francesco di Assisi, imitatore
ardentissimo del Redentore".
L'Ordine dei Minimi (frati, monache e terziari) e tutti i devoti del Santo
si stanno preparando a celebrare nel 2007 il V Centenario della morte del
loro Fondatore, che Giulio II definì "luce che illumina i penitenti",
Pio XII proclamò Patrono della gente di mare italiana e Giovanni XXIII
Patrono della Calabria. Il cammino verso questo giubileo è stato volutamente
inserito nel progetto ecclesiale, tracciato da Giovanni Paolo II all'inizio
del terzo millennio, di rimettersi sulla strada della sequela di Cristo (Ripartire
da Cristo) e di guardare lontano verso i grandi appuntamenti della storia
(Duc in altum). Al centro di questa preparazione c'è, quindi, l'impegno
a riscoprire la figura di S. Francesco di Paola come fedele seguace di Cristo
e come interprete del suo tempo.
Imitatore del Redentore
La "sequela di Cristo" fonda la santità cristiana, perciò
non è esclusiva di alcun Santo; essi si differenziano tra loro solo
per il modo come hanno seguito Cristo. S. Francesco di Paola ha voluto assumere
il monito di Gesù all'inizio della sua predicazione: "Fate frutti
degni di penitenza", vissuto già da lui stesso nei quaranta giorni
del deserto, durante i quali nel silenzio, pregando e digiunando, si mise
in ascolto del Padre per raccoglierne il progetto d'amore per l'umanità.
Gli rinnovò così la piena disponibilità; e questa, lo
sappiamo, è alla base del mistero stesso dell'Incarnazione: "non
hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai
preparato… allora ho detto: ecco, io vengo… per fare, o Dio, la
tua volontà" (Eb 10, 5-7).
Su questa sequela si indirizzò la scelta penitenziale di S. Francesco
di Paola: una totale e incondizionata disponibilità a Dio per costruire
il suo regno sulla terra. La sua scelta eremitica si colloca così nell'ottica
del "servizio di Dio"; la vita povera ed austera come "cammino
verso Dio senza alcun impedimento"; l'accettazione, alcune volte sofferta,
dei continui cambiamenti e trasferimenti come "umile accettazione della
volontà di Dio"; l'impegno a promuovere la conversione degli altri
come convinzione che la vera felicità dell'uomo sta nel "vivere
secondo Dio, nel suo timore".
Ma è nel progetto della "vita quaresimale" che egli ha sintetizzato
lo sforzo di sequela, improntando tutta la vita allo stile proposto dalla
Chiesa nella quaresima. Diventò così per tutta la Chiesa l'uomo
della quaresima, iniziando un cammino di spiritualità improntato a
questo stile, nella linea degli antichi Padri, verso i quali si indirizzò
per una scelta ispirata dallo Spirito e ratificata poi dalla Chiesa che con
Alessandro VI lo definì "non padre primario di questo genere di
vita, ma fedele seguace e innovatore degli antichi Padri".
Nella "vita quaresimale" ciò che domina è la volontà
di accogliere il primato di Dio e l'esigenza di convertirsi a lui, rinunciando
e liberandosi da quanto può ostacolarne il rapporto. In tale sforzo
di liberazione grande aiuto è offerto dall'ascesi liberamente scelta.
Perciò, sulla scorta di Gal 4, S. Francesco invita a "crocifiggere
le proprie membra insieme ai vizi e alle concupiscenze".
Nel progetto della "vita quaresimale", la contemplazione del mistero
di Cristo umile, paziente, obbediente alla volontà del Padre, che abbraccia
liberamente la croce, è continuamente posto alla considerazione del
discepolo, che si sente così spinto all'imitazione, sorretto dall'esempio
di Cristo stesso. S. Francesco ha sintetizzato il progetto della "vita
quaresimale" con alcune parole di S. Giovanni Climaco (La scala del Paradiso)
sulla povertà di spirito, da lui riportate nella I Regola per descrivere
la sua proposta di sequela penitenziale: "La povertà di spirito
è liberazione dalle preoccupazioni temporali e dall'affanno di questa
vita che passa; è cammino spedito verso Dio; è astrazione dalla
giustizia terrena, fedele osservanza della legge divina; è fondamento
di pace e di intemeratezza".
E' su questa scia che i Minimi stanno percorrendo il cammino verso il V Centenario
della morte di S. Francesco, consapevoli che l'esigenza penitenziale va riscoperta
oggi nella Chiesa, perché solo la volontà di convertirsi a Dio,
riconosciuto come il Sommo Bene, può riportarci sulla strada della
sequela di Cristo, accolto come via, verità e vita. E tale volontà
va sostenuta con lo sforzo ascetico di liberazione. Giusto quanto la quaresima
liturgica ci propone ogni anno.
Profeta del suo tempo
Il progetto della "vita quaresimale" non fu pensato da S. Francesco
di Paola come fine a se stesso, ma nel contesto di un progetto riformatore
per la Chiesa, che lo vide protagonista, in un certo senso, suo malgrado.
La difficile situazione sociale, politica ed ecclesiale del tempo non era
percepita solo da menti illuminate e persone altolocate, ma anche dalla gente
semplice, che per alcuni versi forse era più sensibile a certi fenomeni
di rilassamento morale, perché ne era più esposta alle conseguenze.
Non ci potremmo spiegare altrimenti quel fenomeno del secolo XV che nella
storia passa come "riforma dal basso".
S. Francesco di Paola si incammina nella vita eremitica con un preciso intento
riformatore, anche se limitato alla sua personale risposta al Signore. La
sua "penitenza" esprime una forte volontà di sequela, ma
anche di riparazione. Così commenta il biografo coevo: "considerando
che molti peccatori tornavano a crocifiggere il Signore, viveva tutto mortificato".
Gli eventi, poi, porteranno il solitario Eremita paolano nel cuore degli avvenimenti
sociali e politici in un crescendo continuo, comprensibile solo a partire
dalla presenza provvidenziale di Dio nella storia: la risposta ai problemi
della sua gente a Paola e in Calabria, poi del regno di Napoli, della Chiesa,
della Francia, fino a quelli dell'intera politica europea. Dal 1470 al 1483
l'Eremita Calabrese è profeta itinerante per il regno di Napoli. Nel
1483 si trasferisce in Francia e la sosta a Napoli e a Roma è decisiva
per questo suo ruolo profetico. Dall'aprile del 1483 all'aprile del 1507 sta
accanto alla corte dei re francesi a Tours e tanti avvenimenti politici, che
riguardano gli stati europei e la Chiesa, passano attraverso la sua mediazione
presso Luigi XI, Carlo VIII, Luigi XII.
S. Francesco non si tira indietro e accetta la sfida della vita, superando
gli spazi angusti della solitudine contemplativa per prendere il largo della
storia, interpretando l'incalzare degli avvenimenti come il segno di una missione
che Dio gli affida. L'umile e austero eremita si trasforma in profeta severo,
esigente, coraggioso, non disponibile a compromessi. Il cronista di corte
francese nota questa trasformazione, anche se solo da un punto di vista umano:
"si muoveva come uno educato da sempre alla vita di corte".
Lo scuotono i problemi della gente semplice, schiacciata dalla povertà
e dall'oppressione fiscale e politica dei potenti. Alza la voce con il re
di Napoli e di Francia e corre il rischio di finire in prigione. Lo preoccupa
la minaccia sempre incombente dei Turchi sull'Europa e soprattutto sulle coste
della sua terra. Scrive perciò al re di Napoli e spinge il re di Francia
a prendere una iniziativa in tal senso. Soffre per la decadenza della Chiesa
e caldeggia il movimento riformatore di Carlo VIII. Spera in una Europa pacificata
e spinge per questo Alessandro VI a riscoprire la sua vocazione di creare
le condizioni per la pace tra i principi in lotta; scrive al re di Spagna
per incoraggiarlo a resistere contro l'incalzare dei Mori, garantendo una
vittoria sicura. Senza contare i numerosi appelli a pregare per la pace, definita
come "il più grande tesoro che i popoli possono avere" e
per la quale "bisogna pagare un caro prezzo".
L'ispirazione della "vita quaresimale" è ancora una volta
la strada maestra per i suoi interventi. Per lo più egli non suggerisce
soluzioni concrete ai problemi, per i quali è chiesto il suo intervento,
ma dona l'ispirazione di fondo per risolverli; ed essa è attinta proprio
dalla "vita quaresimale", nel senso che egli invita a muoversi nell'ottica
del primato di Dio, alle cui esigenze sottostare, del superamento dell'egoismo
e della scelta del bene oggettivo, sia nei confronti dei singoli che della
collettività. Il superamento del profitto individualistico ad ogni
costo, a discapito della giustizia e della carità, lo spinge a gesti
profetici, come quello di affrontare a viso aperto il re di Napoli e il re
di Francia chiedendo giustizia per i loro sudditi. La libertà raggiunta
attraverso la penitenza, lo spinge a svolgere questa missione di liberazione.
E agli occhi del popolo è credibile perché, da penitente, non
cerca il profitto personale, ma il bene degli altri.
L'Ordine dei Minimi, preparandosi al V Centenario della sua morte fa proprio
l'ardire del suo Fondatore e si riappropria della forza evangelica della "vita
quaresimale", carisma che ha ereditato, riproponendolo come tema e lievito
di rinnovamento della società e della Chiesa. La predicazione del Battista
si è chiusa con l'invito alla penitenza; quella di Cristo è
iniziata con lo stesso invito; sempre, nella storia della Chiesa, quando si
è sentita l'urgenza di una vera riforma, è al richiamo forte
della penitenza che si è ricorsi, con la convinzione evangelica che
le vere riforme partono sempre dal profondo del cuore dell'uomo, dalla sua
volontà di convertirsi.
I Minimi vogliono ripartire nella Chiesa riproponendo questa convinzione.
I loro progetti di espansione nei due grandi continenti di Africa e di Asia,
che si attueranno come dono alla Chiesa a partire da questo V Centenario,
vogliono esprimere la volontà di portare in quei continenti, ove intensa
e fiorente è la primavera della Chiesa, la forza di questa verità
evangelica. E saranno altresì la risposta più bella alle sollecitazioni
del Papa che ha invitato i religiosi a prendere il largo con la forza evangelica
tipica della loro famiglia religiosa.
Fr. Giuseppe Fiorini Morosini
Correttore Generale dei Minimi
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