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Parrocchia "S. Rocco e S. Francesco di Paola" - Pizzo
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SANTA MESSA DELLA NOTTE DI NATALE,
24 DICEMBRE 2009 OMELIA DEL SANTO PADRE
Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un
“Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e
mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato
nel mondo. È il Vicino. Il Cristo risorto lo ha detto ai suoi, a noi: “Ecco,
io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai
pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri.
È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è
cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire
anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta. Il
Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come
rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi. Che cosa
ci dicono allora questi primi testimoni dell’incarnazione di Dio?
Dei pastori è detto anzitutto che essi erano persone vigilanti e
che il messaggio poteva raggiungerli proprio perché erano svegli. Noi dobbiamo
svegliarci, perché il messaggio arrivi fino a noi. Dobbiamo diventare persone
veramente vigilanti.
La differenza tra uno che sogna e uno che sta sveglio consiste
innanzitutto nel fatto che colui che sogna si trova in un mondo particolare. Con
il suo io egli è rinchiuso in questo mondo del sogno che, appunto, è soltanto
suo e non lo collega con gli altri. Svegliarsi significa uscire da tale mondo
particolare dell’io ed entrare nella realtà comune, nella verità che, sola, ci
unisce tutti.
Il conflitto nel mondo, l’inconciliabilità reciproca, derivano
dal fatto che siamo rinchiusi nei nostri propri interessi e nelle opinioni
personali, nel nostro proprio minuscolo mondo privato. L’egoismo, quello del
gruppo come quello del singolo, ci tiene prigionieri dei nostri interessi e
desideri, che contrastano con la verità e ci dividono gli uni dagli altri.
Svegliatevi, ci dice il Vangelo. Venite fuori per entrare nella grande verità
comune, nella comunione dell’unico Dio.
Svegliarsi significa così sviluppare la sensibilità per Dio; per
i segnali silenziosi con cui Egli vuole guidarci; per i molteplici indizi della
sua presenza. Ci sono persone che dicono di essere “religiosamente prive di
orecchio musicale”. La capacità percettiva per Dio sembra quasi una dote che ad
alcuni è rifiutata.
E in effetti – la nostra maniera di pensare ed agire, la
mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze sono adatte
a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci “privi di orecchio musicale” per
Lui.
Il grande teologo Origene ha detto: se
io avessi la grazia di vedere come ha visto Paolo, potrei adesso (durante la
Liturgia) contemplare una grande schiera di Angeli (cfr in Lc 23, 9). Infatti –
nella Sacra Liturgia, gli Angeli di Dio e i Santi ci circondano. Il Signore
stesso è presente in mezzo a noi. Signore, apri gli occhi dei nostri cuori,
affinché diventiamo vigilanti e veggenti e così possiamo portare la tua
vicinanza anche ad altri!
Torniamo al Vangelo di Natale. Esso ci racconta che i pastori,
dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo, si dissero l’un l’altro: “‘Andiamo
fino a Betlemme’ … Andarono, senza indugio” (Lc 2, 15s.). “Si affrettarono”
dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così
importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato
detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il
Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa
poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma
soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a
loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza
indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza
degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in
modo immediato.
E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a
rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco
delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa –
si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se
qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto
la causa di Dio.
Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non
anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”.
La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto
viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è
importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio
questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non
lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro
vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre
occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per
lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per
Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in
cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane.
Alcuni commentatori fanno notare che per primi i pastori, le
anime semplici, sono venuti da Gesù nella mangiatoia e hanno potuto incontrare
il Redentore del mondo. I sapienti venuti dall’Oriente, i rappresentanti di
coloro che hanno rango e nome, vennero molto più tardi. I commentatori
aggiungono: questo è del tutto ovvio. I pastori, infatti, abitavano accanto.
Essi non dovevano che “attraversare” (cfr Lc 2, 15) come si attraversa un breve
spazio per andare dai vicini. I sapienti, invece, abitavano lontano. Essi
dovevano percorrere una via lunga e difficile, per arrivare a Betlemme. E
avevano bisogno di guida e di indicazione.
Ebbene, anche oggi esistono anime semplici ed umili che abitano
molto vicino al Signore. Essi sono, per così dire, i suoi vicini e possono
facilmente andare da Lui. Ma la maggior parte di noi uomini moderni vive lontana
da Gesù Cristo, da Colui che si è fatto uomo, dal Dio venuto in mezzo a noi.
Viviamo in filosofie, in affari e occupazioni che ci riempiono totalmente e dai
quali il cammino verso la mangiatoia è molto lungo. In molteplici modi Dio deve
ripetutamente spingerci e darci una mano, affinché possiamo trovare l’uscita dal
groviglio dei nostri pensieri e dei nostri impegni e trovare la via verso di
Lui.
Ma per tutti c’è una via. Per tutti il Signore dispone segnali
adatti a ciascuno. Egli chiama tutti noi, perché anche noi si possa dire: Orsù,
“attraversiamo”, andiamo a Betlemme – verso quel Dio, che ci è venuto incontro.
Sì, Dio si è incamminato verso di noi. Da soli non potremmo giungere fino a Lui.
La via supera le nostre forze. Ma Dio è disceso. Egli ci viene incontro. Egli ha
percorso la parte più lunga del cammino. Ora ci chiede: Venite e vedete quanto
vi amo. Venite e vedete che io sono qui.
Transeamus usque Bethleem, dice la Bibbia latina. Andiamo di là!
Oltrepassiamo noi stessi! Facciamoci viandanti verso Dio in molteplici modi:
nell’essere interiormente in cammino verso di Lui. E tuttavia anche in cammini
molto concreti – nella Liturgia della Chiesa, nel servizio al prossimo, in cui
Cristo mi attende.
Ascoltiamo ancora una volta direttamente il Vangelo. I pastori si
dicono l’un l’altro il motivo per cui si mettono in cammino: “Vediamo questo
avvenimento”. Letteralmente il testo greco dice: “Vediamo questa
Parola, che lì è accaduta”. Sì, tale è la novità di questa notte: la Parola
può essere guardata. Poiché si è fatta carne. Quel Dio di cui non si deve fare
alcuna immagine, perché ogni immagine potrebbe solo ridurlo, anzi travisarlo,
quel Dio si è reso, Egli stesso, visibile in Colui che è la sua vera immagine,
come dice Paolo (cfr 2 Cor 4, 4; Col 1, 15). Nella figura di Gesù Cristo, in
tutto il suo vivere ed operare, nel suo morire e risorgere, possiamo guardare la
Parola di Dio e quindi il mistero dello stesso Dio vivente. Dio è così. L’Angelo
aveva detto ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino
avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2, 12; cfr 16).
Il segno di Dio, il segno che viene dato ai pastori e a noi, non
è un miracolo emozionante. Il segno di Dio è la sua umiltà. Il segno di Dio è
che Egli si fa piccolo; diventa bambino; si lascia toccare e chiede il nostro
amore. Quanto desidereremmo noi uomini un segno diverso, imponente,
inconfutabile del potere di Dio e della sua grandezza. Ma il suo segno ci invita
alla fede e all’amore, e pertanto ci dà speranza: così è Dio.
Egli possiede il potere ed è la Bontà. Ci invita a diventare
simili a Lui. Sì, diventiamo simili a Dio, se ci lasciamo plasmare da questo
segno; se impariamo, noi stessi, l’umiltà e così la vera grandezza; se
rinunciamo alla violenza ed usiamo solo le armi della verità e dell’amore.
Origene, seguendo una parola di Giovanni Battista, ha visto espressa l’essenza
del paganesimo nel simbolo delle pietre: paganesimo è mancanza di sensibilità,
significa un cuore di pietra, che è incapace di amare e di percepire l’amore di
Dio. Origene dice dei pagani: “Privi di sentimento e di ragione, si trasformano
in pietre e in legno” (in Lc 22, 9). Cristo, però, vuole darci un cuore di
carne. Quando vediamo Lui, il Dio che è diventato un bambino, ci si apre il
cuore. Nella Liturgia della Notte Santa Dio viene a noi come uomo, affinché noi
diventiamo veramente umani. Ascoltiamo ancora Origene: “In effetti, a che
gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge
fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo
dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20)” (in Lc 22,
3).
Sì, per questo vogliamo pregare in questa Notte Santa. Signore
Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia
anima. Trasformami. Rinnovami. Fa’ che io e tutti noi da pietra e legno
diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il
mondo viene trasformato. Amen. |
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