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Curia
Generalizia dell’Ordine dei Minimi |
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Convento S.
Francesco di Paola ai Monti |
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Piazza S. Francesco di Paola, n.10 |
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00184 Roma |
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Tel. 06 4880250 |
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e-mail:
curiagenminimi@tiscali.it
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Prot. n1189G463/2011
Carissimi,
La Quaresima con i
suoi contenuti spirituali: ascolto della Parola, incontro
nell’Eucaristia con Colui che riscalda il cuore, restituendolo
all’unità, impegno nelle opere di carità, motiva e purifica l’ascesi che
comporta la scelta e la professione della “ vita quaresimale”.
Se il messaggio di
Cristo all’inizio della sua vita pubblica: “Convertitevi e credete al
Vangelo” era l’invito alla “metanoia” per accogliere “la salvezza”
presente e all’opera nelle vicende umane, nel tempo del “già e non
ancora” - intriso di miseria e di misericordia di Dio, di peccato e di
grazia, di povertà e di ricchezza, di debolezza e di forza - diventa
impegno da vivere e dovere nel ricordare la nostra partecipazione
al mistero di Cristo morto e risorto (cfr Rom 8, 17).
Ritengo essenziale e
quanto mai opportuno continuare ad approfondire i contenuti della
Quaresima, che formano lo specifico spirituale della famiglia Minima. In
quest’ottica mi auguro che altri confratelli mettano a disposizione le
loro doti di mente e di spirito, per continuare il lavoro di
approfondimento e attualizzazione delle intuizioni spirituali
del Fondatore, che rimangono sempre il cantus firmus della
proposta dell’Ordine, memoria permanente che il Regno, nonostante tutto,
sta venendo a noi e che noi stiamo servendo il suo disegno.
Credo ormai un dato
acquisito dai tanti studi prodotti, in particolare nel dopo Concilio,
che la ricchezza spirituale e i mezzi ascetici presenti nella Regola non
possono esaurirsi o concentrarsi unicamente su una delle modalità, quale
l’astinenza dalle carni, praticata nello strutturarsi della Quaresima
nella chiesa. Farlo, comporterebbe un impoverimento dell’impianto
quaresimale sminuendo la forza spirituale del IV voto.
Solo l’urgenza di
accogliere la Parola e di lasciarsi incontrare da Essa giustifica la
“forza della Penitenza”, intesa nel duplice aspetto di ascesi fisica e
di totale conversione della mente, del cuore e della vita a Dio (C 35).
Credo importante questa puntualizzazione, perché costituisce la
“premessa certa” dalla quale partire per ogni attualizzazione.
Già in altre
occasioni ho espresso la preoccupazione e l’invito a ridare al carisma
la freschezza e la capacità dialogante con la società del nostro tempo.
“Coniugare il linguaggio penitenza carità, scrivevo nella lettera
Diamo forza alla Speranza, può contribuire a reinventare il
linguaggio dei segni perché il nostro carisma sia quella cifra
leggibile, comprensibile per l’uomo di oggi. [….] Acquisire lo stile
quaresimale e comunicare lo stile quaresimale per noi significa vivere
nella e della essenzialità; vivere e portare a vivere la spiritualità
dell’esodo; essere sempre pronti a partire per incontrarsi con la
Libertà; un gustare la Pasqua come vita rinnovata e comunicazione di una
vita rinnovata” (Diamo forza alla speranza, pag 14, 15).
Se la “Vita
Quaresimale” non può essere ridotta alla sola osservanza di una
modalità, è altrettanto vero che non può essere pensata soltanto come
una dimensione della conversione morale.
Essa, perché possa
essere viva, ha bisogno di segni di qualità. Mi domando: cosa sarebbe la
nostra proposta senza il linguaggio dei segni? Infatti, solo il
segno qualifica e rende visibile ciò che non è visibile. L’essenziale è
che il segno parli delle realtà superiori promesse da Dio.
Su questi temi mi
auguro una maggiore apertura al Terz’Ordine. La condivisione della
spiritualità che ci fa attingere alla stessa sorgente, deve condurci ad
un reciproco e continuo arricchimento per vivere meglio il dinamismo del
carisma. L’argomento, mentre trova disponibilità ed entusiasmo presso i
laici, nei religiosi richiede una maggiore conversione dello sguardo,
della mente e del cuore.
Coscienti di essere
“custodi” e non semplici “conservatori” del carisma, rendiamoci
disponibili a discernere e accogliere le diverse sollecitazioni che
aiutino a superare certe mediocrità di pensiero, proposte superficiali e
inconsistenti, che non vorrei indice di un “qualunquismo spirituale”.
Una tentazione da evitare in questo nostro tempo dove non c’è spazio per
esperienze poco impegnative e di corto raggio. Come figli di Francesco,
cittadini di un mondo in continuo cambiamento siamo chiamati a
riposizionarci sull’Essenziale e a partire da questo ripensare i
segni più efficaci della nostra consacrazione minima.
Il Piano di Pastorale
Vocazionale tratteggia in modo assai significativo del Minimo del terzo
millennio: “uomo del primato di Dio che cammina di pari passo con gli
uomini, capace di presentare un vangelo vivo ed attualizzato nell’oggi
dell’uomo; figlio degno di Francesco che sente viva la sua presenza;
profeta che prepara a vivere nell’impegno e nell’altruismo la vita,
facendosi dono ai fratelli per mezzo della Chiesa perché possano
incontrare il Signore; uomo equilibrato che fa memoria del passato, vive
e cammina nel presente, proiettato verso il futuro, capace di additare
mete e contenuti sempre validi all’uomo di oggi” (PPV, p. 15).
Una sintesi che
armonizza i tratti essenziali dell’identità e della missione:
interiorità e compagnia, presenza e itineranza, memoria e anticipazione,
dono e proposta.
Sollecitati dalla
Parola, accogliamo questo “tempo” di Quaresima, per noi “Vita continua”,
come “opportunità” che ci è offerta, perché ciascuno possa intraprendere
un cammino nella propria interiorità. Addentriamoci nella grande
prateria delle nostre sicurezze, dei sentimenti, delle passioni.
Superata la paura di incontrare il Signore, ascoltiamo il suo invito:
bisogna “nascere di nuovo”. Lasciamo che sia Lui a guidarci sulle strade
ove vuole condurci, allora capiremo la necessità di dover “rinascere
dall’alto, dallo Spirito”. Spesso, mi viene chiesto: cosa significa
ridare freschezza, parola e contemporaneità al carisma? Si dice: Non
sono sufficienti gli studi fin qui prodotti, dobbiamo ancora rimetterci
a studiare? Forse è giunto il momento di convincerci che è necessario
rinascere dallo Spirito, perché il dinamismo del carisma, dono dello
Spirito non cri stabilizzabile in un tempo particolare, possa situarsi
nell’oggi dell’uomo.
Nel deserto parlerò
al tuo cuore
(Os 2,16).
Come punto di
partenza per gustare e vivere pienamente questo tempo di Quaresima,
scegliamo la categoria biblica del “deserto”.
Conosciamo i
contenuti teologici - spirituali: luogo di esodo e di conquista, di
solitudine e di ascolto, di purificazione e di incontro, di tentazione e
di alleanza. Questa bipolarità di significati sintetizza l’esperienza
del lungo peregrinare del popolo di Israele, così come l’esperienza di
quegli uomini chiamati ad un incontro privilegiato con Dio.
Nel nostro caso di
uomini votati alla testimonianza della necessità della penitenza come
vita orientata e centrata in Dio, esso diviene il paradigma spirituale
di un “tempo di grazia”, perché ognuno possa maturare o rimodulare le
proprie scelte e il proprio incontro con Dio. Lì comprenderemo la
necessità della conversione come processo di ricerca di Dio, e di messa
in ordine nella vita a partire da Lui: “Cercatemi e vivrete” (Am 5,4),
“convertitevi e vivrete” (Ez 18,22). Sarà, infatti, questo stile di
continua ricerca-conversione all’Essenziale a determinare il salto di
qualità per il mondo dello spirito.
Convinto che solo una
forte e solida spiritualità radicata e fondata nel quotidiano,
sia l’inizio di un autentico rinnovamento, invito i singoli e le
comunità a far propria la ricchezza teologica del “deserto” per far si
che la nostra interiorità e le nostre comunità divengano autentiche
“oasi” di incontro e di dialogo con la Parola e fra i vari componenti.
Per far questo accogliamo l’invito dell’Apostolo: ” Perseverate nella
preghiera e vegliate in essa […] perché Dio ci apra la porta della
Parola “ (Col 4,3).
Inoltriamoci per
questa via, portando con noi solo l’essenziale: ciò che siamo e ciò che
abbiamo, disponibili a lasciare tutto ciò che è ingombrante e superfluo;
a liberarci da giudizi e pregiudizi, che impediscono l’incontro e il
dialogo; a superare i tanti “silenzi”, che a lungo andare ci hanno fatto
perdere il gusto del silenzio, essenziale all’ascolto. Addentriamoci non
per “fuggire”, ma per metterci in un coraggioso faccia a faccia con Dio,
dove è impossibile barare.
Sollecitati dalla
pedagogia divina, lasciamo cadere le maschere e le corazze che
provocando resistenza al rinnovamento, ci fanno preferire le sicurezze
al rischio, la stasi alla dinamica, il passato al domani. Incamminiamoci
da pellegrini e forestieri solleciti a cogliere i segni della
presenza di Dio.
Nella narrazione
biblica il “deserto” non è solo un tempo di prova, di purificazione, di
liberazione e di scelte, al contrario esso è il tempo del provvisorio
e del passaggio; di conseguenza un tempo essenzialmente aperto
alla speranza e al “nuovo”.
Per quanto ci
riguarda sia come singoli, sia come comunità, chiamati a rendere ragione
della nostra vita, non possiamo situarci solo nel passato, perché
significherebbe mortificare “l’oggi” che ci chiama a rinnovare la
fedeltà, che non può essere quella di ieri o quella di domani (sarebbe
un declinare le proprie responsabilità), ma quella “fedeltà creativa”
capace di farci decidere “qui e ora” quello che dobbiamo vivere e i
campi nei quali agire.
Solo la disponibilità
a lasciarci rinnovare, a intraprendere un ritorno personale e
comunitario, legittima è dà senso alla Quaresima, quale tempo
“propizio”, tempo di “grazia”, tempo dello Spirito capace di renderci
uomini “nuovi”. “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni pianti e
lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti” (Gl 2,12-13). Un cammino
lungo dove ci è richiesto di fare spazio al Vangelo per conoscere
maggiormente Cristo “ la potenza della sua risurrezione, la
partecipazione alle sue sofferenze[…]con la speranza di giungere alla
risurrezione” (Fl 3, 10).
Corroborati dalla passione di Cristo (Reg TOM, cap III.)
La vita
cristiana, come anche la vita di speciale consacrazione trova la sua
motivazione solo nella contemplazione del Crocifisso morto e risorto.
Sotto la croce, nel
momento in cui si consuma il più grande atto d’amore “Padre
perdonali perché non sanno quello che fanno”, cogliamo i primi miracoli
che ridanno la gioia, frutto di una vita donata. Il ladrone pentito
ottiene il perdono “oggi sarai con me in paradiso”; il centurione cambia
il suo modo di giudicare “veramente quest’uomo era giusto”; le folle che
avevano assistito allo spettacolo si convertono chiedendo perdono “se ne
tornavano percuotendosi il petto”.
L’esperienza
spirituale di Francesco e il “carisma” consegnato a noi suoi figli,
trova tutta la sua ragione d’essere nella contemplazione del Crocifisso
già presente nell’anno votivo nel convento di San Marco Argentano:
“attendeva all’orazione, quasi per tutta la notte, prostrato dinanzi al
crocifisso”. Dall’orazione e dalla contemplazione della croce, Francesco
passa alle scelte: “Cominciò a vivere di strettissimo magro, mentre gli
altri mangiavano carne ed altri cibi”. Questo suo modo di vivere suscita
ammirazione “quei religiosi, ammirandone la perseveranza, si sentivano
spinti ad essere più devoti e ad amarlo, ma anche lo stesso vescovo
della Diocesi; tanto che questi desiderava vederlo e parlagli” (Anonimo,
cap. II).
La freschezza e la
coerenza spirituale contagerà quanti lo avvicineranno nel deserto
paolano: “molti, spronati dalla sua vita virtuosa, rinunziarono al mondo
e menarono una vita solitaria, mettendosi al suo seguito” (Anonimo,
cap III), “quanti vestivano il suo saio, lo ricevevano con gioia; a loro
diede una Regola e un modo di vivere in povertà, castità e obbedienza,
osservando per tutto il tempo della loro vita una vita quaresimale” (Anonimo,
cap IV).
Il fine ultimo della
sua vita austera e penitente è offrire se stesso come sacrificio santo e
gradito a Dio in unione ai patimenti di Cristo: “vedendo che i peccatori
e i bestemmiatori crocifiggevano di nuovo Gesù Cristo […] il servo di
Dio viveva tutto mortificato e martirizzato nel cuore e nel corpo” (Anonimo,
cap XV). L’eremo di Francesco come anche i cenobi sono luoghi dove si
respira la gioia e si comunica la gioia, infatti: ”non c’era persona che
si recasse da lui per chiedere consigli o per qualche afflizione senza
tornarsene interamente confortato, lieto e soddisfatto per le risposte
da lui ricevute” (Anonimo, cap VII); anche gli stessi religiosi
trovano motivo di gioia nell’intrattenersi con lui, perché la “sua
austera conversazione era una predica salutare” (Anonimo, cap XV).
Dall’incontro con
Cristo crocifisso e risorto sgorga la gioia della chiamata-risposta del
minimo che aderendo al suo Signore, accetta di assumere la propria
esistenza come un con - morire e un con - risorgere con Lui. Le
Costituzioni evidenziano questo tratto della nostra spiritualità: i
religiosi “daranno esempio di austerità gioiosa ed equilibrata”
(C 40), vivendo “permanentemente i valori della quaresima
nella totale conversione della mente, del cuore e della vita a Dio
[…] e in intima unione all’espiazione redentrice di Cristo” (C
35).
Alla scuola della
Croce si impara a decentrarsi da se stessi per concentrarsi su Dio e
crescere nella relazione con Lui; a distaccarsi dal comodo e
dall’abitudinario per appropriarsi della vita; a superare giudizi e
pregiudizi che rendono arido il cuore e tristi i volti per testimoniare
una “santità” gioiosa conseguenza di una continua crescita nella gioia
evangelica; superare il negativo, facendo spazio al positivo che c’è
nell’altro. Era questa la chiave segreta o il filo d’oro che tesseva i
rapporti interpersonali della comunità di Francesco, facendola lievitare
nella gioia “del vivere il Vangelo” e “crescere nell’unità”. Il
discepolo Anonimo nota a tale proposito: “Non parlava mai male di
nessuno; anzi, prendeva d’occhio e riprendeva severamente coloro che
volentieri prestavano orecchie ai detrattori. Odiava il vizio di
tagliare i panni addosso, e allontanava i maldicenti[…] provava invece
un vero godimento nell’ascoltare coloro che parlavano bene degli altri”
(Anonimo, cap VII).
Poni nel Signore la
tua gioia
(Sal 37,4).
Dinanzi ai tanti
problemi che affliggono la vita consacrata, se non altro nel mondo
occidentale: contrazione numerica, innalzamento dell’età, mancanza di
vocazioni, diminuzione delle presenze, fermarsi all’analisi del puro
dato sociologico può generare sconcerto e passività. D’altra parte la
stessa problematica può essere analizzata alla luce di quanto lo Spirito
dice alla Chiesa e dei tanti indicatori sociali, punti luminosi che
costituiscono una rete di domande, come cristiani e per noi consacrati
per una particolare missione. Onestamente dobbiamo ammettere che è
necessario un radicale cambiamento di mentalità e di stile per superare
quella “ poca fedeltà” al rinnovamento atteso dal Concilio che voleva:
una vita consacrata fondata sulla Parola, impegnata a vivere l’agape
fraterna, libera di porre la sua tenda in mezzo agli uomini, non per
confondersi, ma al contrario fedele a quel “di più evangelico”, disposta
a camminare con loro ed insieme a loro costruire “la civiltà
dell’amore”.
In questo quadro vi
invito a riflettere sui consigli evangelici quale forza dirompente per
la mentalità consumistica, edonistica ed elitaria odierna. Vissuti con
una vita gioiosa, radicale e credibile, essi divengono la
concretizzazione visibile del comandamento dell’amore nella sua duplice
direttrice: Dio e l’uomo.
Come Famiglia minima,
poi, non possiamo dimenticare la particolare luce della “Vita
quaresimale” che evidenzia la capacità di vivere in pienezza la vita, di
instaurare relazioni libere e fraterne, di educarci al buon uso dei beni
della terra, di farci compagnia dell’uomo in ricerca, capaci di abitare
i confini senza che questi diventino barriere.
In una società di
“mercanti”, in cui tutto diventa oggetto di “consumo e di scambio”, il
Minimo impegnato a vivere con radicale coerenza per tutta la vita i
contenuti della quaresima si pone come”segno di contraddizione” che
interroga ed inquieta. Per questo le comunità religiose e le fraternità
laicali con il loro modo di concepire, orientare e vivere la vita,
devono assumere un ruolo significativo nel territorio. La nostra
presenza nell’oggi della chiesa e del mondo deve manifestare la priorità
dello spirito sulla materia, del trascendente sul visibile, dell’eterno
sul provvisorio. Ciò non significa estraneità o indifferenza alle
vicende umane, al contrario la nostra vita vissuta con sobrietà,
semplicità, aperta all’ospitalità “ilari corde et vultu placido”,
educandoci ad avere lo sguardo ed il cuore aperti verso i poveri, si fa
preghiera ed insieme accoglienza di tutti coloro che cercano un’oasi,
dove deporre i loro fardelli morali e fisici e riprendere il cammino con
rinnovata speranza.
In una società in cui
i valori si fanno sempre più deboli eclissandosi dall’orizzonte
dell’umana convivenza, dove le “espropriazioni” aumentano con ritmo
crescente, come figli di Francesco siamo chiamati a vivere una
testimonianza che chiamerei di “evangelico contrasto”. In una società in
cui la verità cede il posto all’opinione siamo chiamati a
centrare con rinnovata freschezza ed entusiasmo la nostra vita in Gesù
Cristo; mentre nel mondo il bene viene sacrificato con
spregiudicatezza all’utile e al tornaconto abbiamo il dovere di
proporre con forza lo stile della condivisione, della solidarietà e
della gratuità.
Educati in una
“tradizione cristiana”, orfani ed esiliati in una terra che non
riconosciamo più nostra, abbiamo smesso di cantare, finendo per
dimenticare l’arte musicale esperta nel cantare la Bellezza e la
Vita. Eppure sono questi nuovi deserti che con le loro
provocazioni ci sfidano a riprendere la nostra arte “ci chiedono
parole di canto … canzoni di gioia … cantateci i canti di Sion” (Sal
136).
Credo che il vero
problema della nostra vita risieda in questa “orfananza” dalla quale
l’unica via di uscita è costituita da una rinnovata, fedele e
creativa adesione ai contenuti quaresimali propri della
nostra specifica forma di vita.
Forse oggi abbiamo
bisogno di riacquistare la libertà interiore che faccia sentire ed
essere veramente in continuo esodo: da noi stessi, dalle preoccupazioni,
dalle nostre nostalgie, dalle certezze del passato e dalle paure del
futuro. E’ necessario uscire fuori da questa folla di pensieri che ci
tengono prigionieri. La risposta di Gesù al giovane che chiede cosa deve
fare per avere la vita, può essere illuminante in proposito: Va vendi
quello che hai, poi vieni e seguimi. La perenne giovinezza della vita
religiosa, richiede questa continua libertà: povertà, obbedienza e
conversione per cogliere e seguire le imprevedibili vie dello Spirito.
Recuperare la
profezia dei consigli evangelici in una società che guarda sempre con
crescente sospetto la sfera del “religioso”, evidenziando a ragione e a
torto la propria “laicità”, diventa per noi consacrati un impegno quanto
mai urgente. Questa “urgenza” non significa, né vuol dire attuale
infedeltà, quanto capacità di presentare la pienezza della vita, della
realizzazione, della felicità che esprimono. Bisogna testimoniare la
logica evangelica del “perdere” per “guadagnare”, della “morte” per la
“vita”, logica che un mondo ed un uomo centrato unicamente su se stesso
e sulla soddisfazione dei propri bisogni non comprende, finendo per
pensarla poco credibile in chi la vive. Nonostante i limiti umani come
singoli e come comunità siamo chiamati a rendere visibile la
forza trasformante
delle beatitudini proclamate da Gesù sul monte, Legge Nuova per un uomo
rinnovato e redento dalla tenerezza di Dio, della quale i consigli
evangelici sono segno illuminante e vitale dell’azione dello Spirito
nella Chiesa e nel mondo.
Comunicatori della
gioia pasquale
I contenuti della
quaresima non sono un no alla gioia e alla bellezza della vita, al
contrario l’affermano, evidenziandola nei suoi valori fondamentali. Di
conseguenza la spiritualità “quaresimale” è la celebrazione gioiosa
dell’incontro e del sì all’Amore.
L’icona
che ci viene proposta dall’Evangelista Luca 24, 13-35, è quanto mai
attuale per vivere e testimoniare una nuova pedagogia della penitenza.
Conosciamo come la
delusione aveva prevalso sui discepoli di Gesù: stanchi e delusi della
fine del maestro se ne tornano al loro villaggio e alle loro precedenti
occupazioni. Non si riconoscono più negli insegnamenti del maestro, anzi
non lo considerano più tale, infatti, tutto ormai è passato. “I sommi
sacerdoti ed i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a
morte e poi lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare
Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose
sono accadute”. Sono ritornati ai loro vecchi capi e alle loro
precedenti preoccupazioni. Ma quando sembra tutto perduto si avvicina un
compagno insperato: “Gesù in persona si accostò e camminava con loro, ma
i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”. Poi il Maestro catechista
spiega le scritture fino ad arrivare in casa alla celebrazione della
pasqua: “prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò, e lo diede
loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Dal buio alla
luce; dalla delusione alla speranza; dalla freddezza con cui è accolto
l’inaspettato compagno alla adesione man mano crescente ai suoi
insegnamenti; dalla dispersione al ricompattarsi attorno alla persona
del Risorto. Il cammino con lui li ha guidati a un’intensa esperienza
che li ha cambiati profondamente. La speranza riesplode nei loro cuori
stanchi e delusi. La preghiera e il Pane spezzato si aprono alla vita.
Partono di corsa: l’esperienza vissuta va comunicata agli altri.
Il racconto ci
introduce nel discorso della comunicazione della nostra esperienza
penitente, di uomini conquistati da Cristo.
Uomini della gioia
pasquale, dobbiamo aiutare l’uomo stanco, sfiduciato, chiuso nelle sue
esperienze a riconquistare la grandezza di essere figlio di Dio e a
incamminarsi verso la luce della Pasqua. Non ha bisogno di tante parole,
ma di incontrare la Parola. Con Lui come compagno non avrà paura di
guardarsi dentro, di comprendere i propri fallimenti, perché si sente
compreso e già perdonato. Può lasciarsi rimproverare dal proprio cuore,
certo che Dio è più grande del suo cuore, e già lo ha perdonato nella
croce del Figlio.
Assolviamo tale
compito in molte circostanze, forse, dovremmo osare di più. Nelle mutate
condizioni dei tempi e dei luoghi dobbiamo attuare quella creatività
capace di esperire nuove strade, nuovi stili di comunicazione idonee a
parlare al cuore. Non aspettare nei nostri “templi” e nelle nostre
“case”, ma uscire ed incamminarci per fare la “strada” insieme. Anche
nello stile della nostra pastorale va attuata una conversione. Dinanzi a
questa icona evangelica dobbiamo fare il nostro esame di coscienza.
La spiritualità della
penitenza, infatti, per essere vera ed autentica deve necessariamente
portarci là dove l’uomo è in necessità per farsi carità
compassionevole. Se ci sentiamo veramente conquistati da lui, è
perché lui ci ha conquistati e ci vuole capaci di amare e conquistare
alla sua maniera. Se ci sentiamo redenti, è perché lui ci ha redenti e
vuole che portiamo agli altri la redenzione. Il Fondatore pur avendo
scelto la vita eremitica, stava insieme con gli altri, pronto ad
accogliere i loro bisogni. Viveva questo aspetto della sua esperienza
spirituale con fedeltà, ma anche con libertà e creatività.
Siamo Minimi, e quale
piccolo seme, lasciamoci interrare nei solchi della storia. La fecondità
della nostra vocazione e missione dipende dalla personale e totale
consegna al Signore Gesù, servo per amore. E’ Lui il progetto che il
Fondatore non ha indugiato a realizzare con tutte le forze. E’ Lui la
salda roccia su cui costruire le nostre comunità e fraternità, segnate
da entusiasmo, generosità e gioia (Benedetto XVI).
Saremo,
infatti, credibili, quanto più in semplicità ed umiltà costruiremo
relazioni innervate dalla passione per Lui e per l’uomo.
Ci
accompagni Maria, la Vergine e Madre: da Lei impariamo a camminare nel
silenzio della fede, nella fedeltà alla Parola e nella carità operosa.
Roma, 9 marzo 2011,
mercoledì delle ceneri
P. Francesco
Marinelli
Correttore
Generale
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COMUNITÁ DELL’ORDINE
SEDI
FRATERNITÁ TOM
SEDI
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